Il dolore
La pensione di guerra è arrivata dopo 71 anni
Scansano, lo Stato riconosce solo ora all’ex soldato l’invalidità riportata in Libia l’uomo è morto nel 1989: dopo la lunga battaglia legale i soldi andranno al figlio
SCANSANO. Sfigurato dalla sabbia e dal sole del deserto libico, ha visto perdere la guerra che lo aveva portato, da fante, sul fronte africano. E, tornato a casa, ha creduto per il resto dei suoi giorni di aver perso anche la sua guerra, quella personalissima con lo Stato italiano che non voleva riconoscergli il danno fisico contratto nel secondo conflitto mondiale.
Settantuno anni dopo, a ventitré dalla morte, Alessandro Norcini, classe 1910, una vita passata a Scansano, è diventato ufficialmente invalido di guerra: lo Stato, con una sentenza della Corte dei Conti del settembre 2012 passata in giudicato in questi giorni, gli ha riconosciuto le patologie contratte in Libia come causa di servizio. E oggi il figlio Elia potrà ereditare quella pensione negata al padre.
Alessandro Norcini era nato a Bibbiena, in provincia di Arezzo, e giovanissimo era andato in Maremma come tanti aretini a lavorare come fattore a Preselle, nel comune di Scansano. Nel dicembre del 1941, con la moglie Italia incinta, era stato inviato al fronte in Libia. I documenti ufficiali lo attestano all’ospedale di Bengasi già nel febbraio del 1942; dopo il ricovero è ritenuto idoneo solo a svolgere servizi sedentari.
Norcini – così ha riconosciuto la Corte dei Conti – aveva contratto un’infezione virale dovuta alle privazioni sofferte in trincea che gli hanno causato problemi al viso e alla vista, danneggiandogli le sacche lacrimali. «Condizioni fisiche che peggiorano nettamente nei decenni successivi», spiegano gli avvocati Giandomenico Daniele di Lecce e Valerio Piraino di Firenze. Smessa la divisa, infatti, Norcini torna nei campi, di nuovo a contatto con la terra e al sole che compromettono la sua vista.
L’ex fante fa subito richiesta della pensione di invalidità, ma gli viene respinta. Nel 1969 presenta dunque il ricorso ma la battaglia per ottenere la pensione si rivela non meno difficile di quella contro gli Alleati sulle dune del Sahara. Dal 1969 è un susseguirsi di rinvii e contrattempi. Nel mezzo, pure la riorganizzazione della magistratura contabile.
Nel 1989, vent’anni dopo la presentazione del ricorso, Norcini muore. Ha 79 anni, ha passato gli ultimi 47 con addosso i segni della guerra e non ha mai visto un centesimo di risarcimento. Il figlio Elia, che continua ad abitare nel piccolo borgo di Preselle, decide di non arrendersi. E oggi lo Stato gli accorda la pensione di reversibilità del padre.
«Provo due sentimenti opposti: sono contento perché finalmente è stata fatta giustizia ma allo stesso tempo rimango triste perché mio babbo avrebbe meritato di vedersi riconosciuta la pensione molto prima, quando era in vita», spiega Elia. «Mia nonna è morta solo quatto anni fa e non ce l’ha fatta ad avere questa soddisfazione», spiega il nipote Marco.
A quanto ammonterà l’assegno è presto per dirlo. Il conteggio sarà fatto in sede di giudizio di ottemperanza. «Ma tra la reversibilità e la metà che andrà agli avvocati, alla fine forse sarebbe stata meglio una medaglia al valore», conclude con amarezza il nipote.
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