Sicurezza
L'addio a Matteo, morto a 15 anni, sulle note hip hop
Tanti gli amici e i compagni di scuola che hanno voluto dare l'ultimo saluto al ragazzino vittima d'un incidente stradale e unirsi al dolore dei genitori
Matteo Capone avrebbe dovuto essere in classe, al liceo scientifico Marconi, in via dei Barberi. Ultimi giorni di scuola, compiti e interrogazione a raffica, i programmi praticamente finiti. Le vacanze dietro l’angolo: la cena di classe, il mare, lo scooter e la musica, agosto a Piloni. E invece no. Un attimo, una fatalità e cambia tutto.
«Non è giusto essere qui» - sono le parole che sussurra una ragazza, sottovoce, gli occhi arrossati dal pianto, prima di abbracciare una compagna. Ha ragione. Quando si ha 15 anni Sterpeto non è giusto, Sterpeto non c’entra nulla. Stare qui ad aspettare l’amico che non c’è più per poi accompagnarlo un’ultima volta dovrebbe essere, al massimo, un brutto sogno. No, è realtà.Gli amici, che con Matteo condividono la passione per la musica rap hip hop, hanno scelto un brano significativo per l’ultimo saluto: Life goes on di Tupac. Il testo, lunghissimo, non ha bisogno di commenti. Basta la terza strofa per capire: «Seppellitemi sorridendo/con una G sulla mia tasca/al mio funerale fate una festa/che vi partecipino tutti i rapper». E poi ancora Eminem e altre canzoni che piacevano alla comitiva.
La musica accompagna la cazzuola del muratore che chiude il loculo, dove alla fine viene appoggiata una lavagna con la scritta «Matteo, ci mancherai». Sotto una miriade di firme. Toccanti i messaggi letti dai compagni di classe, vecchi e nuovi: «Il suo sogno era fare l’Università a Pisa ed esercitare da avvocato, lo farò io anche per lui». E ancora: «Era bravo nelle imitazioni, mi faceva avvolgere». E finalmente spunta un sorriso sul volto e negli occhi lucidi di chi le ha viste in live quelle gag, solo pochi giorni prima.
Fin dal primo pomeriggio, fuori dalla sala mortuaria, sotto il sole, si sono radunati amici e conoscenti dei Capone e della famiglia Pannozzo, coetanei di Matteo e Pippo. Persone di ogni età, in prevalenza giovanissimi. A Matteo volevano bene tutti. Tra i ragazzi c’è chi scuote la testa, chi tiene stretto in mano il cellulare quasi fosse un rosario, chi il pianto riesce a trattenerle sotto le lenti degli occhiali. Tacciono le suonerie dei telefonini nel piazzalone davanti all’obitorio. Il dramma, per qualche ora, ferma anche la tecnologia. Il silenzio in un cimitero è bagnato da mille lacrime. Quelle dei familiari, che ricevono per oltre tre ore abbracci e cordoglio davanti alla bara in legno chiaro su cui è posata una rosa rossa, un cappellino e alcuni foto-ingrandimenti; quelle di altri genitori e nonni increduli, di una comunità intera provata dal lutto. E poi - diciamolo - fa davvero male al cuore vedere la generazione dell’i-Pad, di Fedez e Fabri Fibra, i ragazzi col cappellino, le ragazze con gli occhialoni, fare gruppo e piangere gli uni sulle spalle degli altri. Il via-vai di amici, parenti, conoscenti si interrompe quando prende il via la tumulazione. Non si può parlare di funerale. Duecento metri di corteo. Senza parole.
A chi ha passato il pomeriggio a Sterpeto, a piangere, stordito dal dolore, forse adesso piace immaginare Matteo che pratica il parkour, che gioca a Palla 21, che scherza insieme agli amici, che sogna le vacanze: un po’ di mare, un po’ di Farma. Con quel cappellino a quadretti sulla testa e un sorriso sul viso. Perché è un altro giorno, perché è finita la scuola…
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