Il dolore
Che errore la guerra dei centimetri
Caro don Piero, mi rivolgo a te da confratello per manifestarti alcuni sentimenti e pensieri in base a quello che ho letto essere stato affisso alla porta della tua chiesa sul femminicidio. Ovvero, se ci sono donne che vengono uccise, è perché provocano gli uomini, e quindi se lo vanno a cercare.
Mi pare intanto sia da precisare – a tua almeno parziale discolpa – che non sarebbe farina del tuo sacco, ma solo un testo scaricato da un sito privo di qualsiasi ufficialità ecclesiastica, nonostante il pomposo titolo “Pontifex.it”. Se la citazione è esatta, c’è una chiamata a correo di “ragazze e signore mature … per strada con vestiti provocanti e succinti”, le quali “provocano gli istinti peggiori e poi si arriva alla violenza o abuso sessuale”.
Ma di chi o di che cosa parliamo? Ho provato a passare in rassegna le diverse tipologie di donne che noi preti incontriamo per ragioni di ministero, chiedendomi a chi ci si voleva riferire: alle donne di ogni età e condizione sociale che partecipano, assai più numerose degli uomini, alle nostre liturgie? Alle catechiste e animatrici impegnate nei cammini di fede delle giovani generazioni? Alle volontarie della Caritas e della San Vincenzo de Paoli che si prodigano per i poveri? Alle signore che ci tengono pulite e ordinate le chiese, che non fanno mancare sull’altare un fiore e una tovaglia di bucato? Alle fidanzate che insieme con i loro futuri sposi vengono in parrocchia a prepararsi al matrimonio? Alle mamme che facendo i salti mortali tra il lavoro e le faccende di casa accompagnano i figli al catechismo? Alle donne che, magari piantate dal marito, non ce la fanno a far quadrare il bilancio familiare?
Sono soprattutto queste le donne con cui io – ma credo anche tu e ogni altro parroco – ho a che fare. Non mi pare che da tutte costoro, ma neanche da tanti altri contatti più occasionali, emerga una ridda di femmine discinte, scientemente e pervicacemente provocatrici.
Ma anche di fronte a eventuali (e nella mia esperienza rare) situazioni obiettivamente imbarazzanti, credo dovremmo saper leggere quasi sempre una storia di speranze naufragate, di fatiche e spesso di ferite. E in ogni caso fare nostro il motto con cui, nei “Promessi sposi”, fra’ Cristoforo risponde al confratello che non vede di buon occhio l’accoglienza in convento di Lucia e Agnese: “Omnia munda mundis”.
Certo, viviamo in una società in cui spesso il corpo (della donna e dell’uomo) è mercificato e banalizzato, esibito e strumentalizzato. Di questo noi preti dobbiamo preoccuparci, da educatori e da ministri della misericordia divina.
Non tocca a noi fare la guerra dei centimetri sugli abiti femminili, ma aiutare donne e uomini, ragazze e ragazzi a sviluppare il rispetto di sé e degli altri, la valorizzazione dei talenti propri e altrui, una visione del corpo come specchio dell’anima, un modo di relazionarsi all’altro (all’altra) nella logica del dono di sé anziché del dominio. Cose problematiche, difficili, spesso controcorrente. Ma non credo che un parroco possa fare molto altro che accogliere le persone e annunciare il Vangelo. Di cui è parte integrante lo sguardo, sempre capace di tenerezza e perdono, di Gesù verso ogni creatura, in particolare verso le donne.
Scusami per la franchezza, ma penso non ci sia bisogno che la gente veda in noi dei giudici più severi di nostro Signore. Con amicizia e tanti auguri di un fecondo lavoro pastorale.
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