Sicurezza
Province accorpate: come cambia la Toscana
Due le ipotesi: tre o sei maxi-aree. Poi saranno tagliate prefetture e questure
Potrebbe essere infilato nel decreto legge sulla spending review ed arrivare in consiglio dei ministri già martedì, il capitolo sul taglio delle province che - visti i nuovi criteri di accorpamento - ci consegnerebbe una Toscana irriconoscibile. Stravolta, scombussolata: su 10 province, solo Firenze avrebbe i requisiti per esistere. Questa volta il governo fa sul serio, perché sono le esigenze di cassa a imporre il diktat: tagliare per risparmiare. A livello Italia, il piano prevede una riduzione del 50% delle province: dalle attuali 107 a 54, e la Toscana salterebbe all'occhio come regione tra le più scompaginate. Ai già noti criteri della proposta Calderoli - popolazione superiore a 350mila abitanti e estensione oltre 3mila chilometri quadrati - necessari perché una provincia non sia spazzata via - se ne aggiunge un terzo: numero dei comuni superiore a 50; per sopravvivere, due requisiti devono essere soddisfatti. Dati i criteri, due sono le ipotesi più accreditate per la nuova geografia.
Il Granducato a tre. È l'idea che l'Unione delle province toscane (Upi) ha illustrato alla Regione. Prevede una Toscana suddivisa in tre province che corrispondono alle tre aree vaste già utilizzate per programmazione rifiuti e raggruppamento delle aziende Asl. Avremmo: una proviuncia di centro con Firenze, Prato e Pistoia; una costiera con Massa-Carrara, Lucca, Pisa, Livorno; una sud-orientale con Arezzo, Siena e Grosseto.
L'ipotesi metropolitana. Se, invece, il governo accelerasse sulla creazione delle città metropolitane (nel decreto il riferimento c'è), la Toscana diventerebbe a cinque: Firenze-città metropolitana, Massa-Carrara e Lucca accorpate, come Pisa e Livorno, Prato e Pistoia, e insieme Arezzo, Siena e Grosseto. Se però il criterio dei 350mila abitanti scendesse di poco (si parla di possibili oscillazioni), Arezzo avrebbe le carte in regola per stare da sola: auspicabile per l’Upi, per evitare il battesimo di una provincia-mostro che si estenderebbe tanto quanto le Marche.
Il rischio? Che vinca il più forte. Gli organi amministrativi delle Province, dalla prossima legislatura, non saranno più eletti dai cittadini ma nominati dai Comuni che ne faranno parte. Il rischio, dunque, è che le aree più forti e popolose (esempio, Pisa) finiscano per egemonizzare le altre (come Livorno che dovrebbe esservi accorpata). «Non verrebbe garantita una legittimazione democratica, prevarrebbero i comuni più grandi e più forti» commenta Andrea Pieroni, presidente dell’Unione Province toscane.
Gli effetti della rivoluzione. Dopo che saranno accorpate la Province, si farà altrettanto con l'intero apparato amministrativo ora dislocato su base provinciale. Prefetture, questure, uffici Inps, forze dell'ordine, camere di commercio e sedi della Banca d'Italia saranno razionalizzate in base ai nuovi confini. Con questure declassate a commissariati, comandi provinciali dei carabinieri guidati dai colonnelli che diventeranno comandi di gruppo sotto l'egida di un maggiore (perché l'intento è quello di eliminare le posizioni apicali in modo da avere maggiori risparmi). C’è chi ravvisa in questa operazione di taglio solo un maquillage: «Le camere di commercio rappresentano un elemento di scarso recupero di risorse - dice Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio di Livorno - non godono di trasferimenti statali e presidente, giunta e consiglio insieme costano quanto un consigliere regionale».
Timore esuberi. Tra i sindacati l'attenzione è molto alta: «Ha poco senso dire che sono 4.600 i dipendenti delle Province toscane - sottolinea Debora Giomi, segretario regionale Funzione pubblica Cgil - piuttosto analizziamo le funzioni che svolgono e i servizi che offrono: penso ai centri per l'impiego che ormai sono una sorta di ammortizzatore sociale». Intanto nelle questure, nelle prefetture, nei comandi dei vigili del fuoco si aspetta con ansia il decreto sui tagli.
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