Il dolore
Si uniscono in cooperativa e salvano il posto di lavoro
Otto ex dipendenti della Montana di Ospedaletto si trasformano in imprenditori «Abbiamo mantenuto il marchio e portiamo avanti l’azienda con le vendite»
PISA. La chiamano «scommessa» e per i bilanci rimandano a fine anno, «quando scopriremo se abbiamo fatto la più grossa cavolata della nostra vita». Ma per il momento gli otto dipendenti della ex Montana srl prendono a schiaffi la crisi, dopo che la vita ha preso loro a schiaffi: a fine ottobre 2011 hanno avuto conferma della chiusura della loro azienda; una settimana dopo erano già diventati Montana Evolutions scrl, una cooperativa nata per mantenere in attività lo spazio espositivo di Ospedaletto specializzato in vendita di pavimenti, rivestimenti, parquet, pietre, marmi, idrosanitari ed elementi d’arredo.
Il fallimento. A raccontarla oggi sembra quasi una scelta obbligata. «Avremmo percepito otto mesi di indennità di disoccupazione e l’inserimento nelle liste di mobilità», dice Marco Salvadori, uno degli otto. «Ma alcuni di noi hanno un’età intorno ai 50 anni e poche prospettive». Che fare dunque? Semplice, riunirsi tutte le sere in casa di uno degli otto, a turno, e consultare conti, leggi, sindacati e associazioni di categoria. Alla fine, la decisione: ognuno mette mano agli ultimi risparmi per costituire il capitale sociale minimo (20mila euro) per aprire una cooperativa. «Sì, soldi nostri, perché dalla chiusura dell’azienda dobbiamo ancora avere un risarcimento: la vecchia Montana è formalmente fallita il mese scorso e noi siamo insinuati nel “passivo”. Forse dall’Inps arriverà qualcosa».
La rinascita. Ma non si poteva aspettare: Montana è un nome conosciuto nell’ambiente e perdere anche solo un giorno poteva comportare la scomparsa dei contatti. In più, le banche non aiutano un’azienda fallita. E allora quel salto nel buio, quella «scommessa». In un documento “identitario” gli otto rivendicano: «Non ci sentiamo imprenditori e non inseguiamo progetti faraonici. Quello che volevamo fare e vogliamo fare è solo continuare a percepire il nostro stipendio, contando sul sostegno e sulla cooperazione di ognuno di noi all’interno dell’azienda e sul sostegno e appoggio di quella che consideriamo la “nostra” clientela. Fino a oggi ci siamo riusciti». I clienti quasi non si sono accorti della differenza: i giorni di chiusura in via Bassi sono stati limitati all’indispensabile, il nome è rimasto quello (perché è il marchio Montana «ad avere forza sul mercato») e gli otto hanno lavorato anche di sabato e domenica per dare al pubblico sempre la possibilità di visitare la «mostra» (così loro chiamano la sede espositiva).
L’organizzazione. Otto persone, e ogni testa conta per un voto: nelle decisioni sono compatti e affiatati; non c’è un capo, ma ognuno continua a fare quello che faceva prima alla pari con gli altri. Gli otto sono: Sonia Spinocchi (amministrazione); Giancarlo Rizzico (magazzino e consegne); Katia Galasso (ordini e contatti con fornitori); Remo Nigi, Pierpaolo Di Maria, Giuseppe Tomaio (vendita in sala mostra e outlet); Lorella Grassi e Marco Salvadori (vendita a professionisti e imprese). A parte gli ultimi due mesi duri, l’esperimento sembra funzionare: la cooperativa Montana lavora su base attiva, cioè finanzia spese d’affitto e di tutto il resto con i proventi delle vendite. Alcuni fornitori sono cambiati: «O non li abbiamo voluti noi o non hanno voluto seguirci loro in questa scommessa», specifica Salvadori. Ma il marchio resta «conosciutissimo» e con la vecchia proprietà «nessun conflitto».
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