Rimborso pieno di ostacoli per l'Iva sulla Tia
La Cassazione riapre la strada agli utenti che hanno versato l'imposta per anni. In ballo commissioni tributarie e giudici di pace. Ma i gestori non hanno soldi...
Un bel pasticcio, anzi un “pasticciaccio brutto” di quelli che possono accadere solo in Italia. Un’ennesima dimostrazione di come il cittadino, che sarebbe anche stavolta nella situazione di ricevere dei soldi indietro, si trovi disarmato, un po’ come la pedina di un amaro gioco dell’oca in cui con grande facilità si è costretti a tornare al punto di partenza. Insomma,ecco come, alla fine, potrebbe essere riassunta la vicenda dell’Iva sulla Tia, il balzello sui rifiuti che la Corte di cassazione, con una sentenza depositata venerdì scorso, ha definito in modo inequivocabile un tributo non assoggettabile ad ulteriori tasse: introdotta dall’articolo 49 del decreto legislativo Ronchi numero 22 del 1997, adottata da quasi tutti i Comuni toscani in sostituzione della vecchia Tarsu, non ha mai avuto vita facile proprio per questa imposta del 10 per cento che adesso dovrà essere in qualche modo restituita a chi, privato od azienda, ha dovuto versarla obbligatoriamente per anni.
La vicenda. Ma la storia, cercando di riepilogarla in estrema sintesi, è piuttosto complessa e si dipana sostanzialmente attraverso due step ed altrettante ondate di richieste di rimborso da parte dei cittadini: Il primo con l’Agenzia delle entrate che definisce la Tia, ribattezzata poi Tia1, come entrata patrimoniale e quindi soggetta ad Iva, con i gestori che di conseguenza la applicano, fino ad arrivare alla sentenza della Corte costituzionale (la numero 238/09) che la trasforma in tributo; il secondo passaggio è invece il decreto legge 78/2010 che tenta di definire la Tia ancora una volta entrata patrimoniale soggetta ad Iva, ma riferendosi per errore alla versione detta Tia2; infine la recente sentenza della Cassazione che stabilisce un non automatismo tra le due entrate rilanciando le speranze di un rimborso. Eccoci quindi all’attualità ad al nodo tutto da sciogliere: mentre molti siti Internet e giornali si stanno affrettando a spiegare come si può chiedere la restituzione dell’imposta versata in più, abbiamo provato a ricostruire la trafila da percorrere nell’ambito di una partita che, a livello nazionale vale almeno un miliardo di euro, cifra che nella sola Toscana, secondo icalcoli del Cispel, l’associazione delle aziende di servizio pubblico a cui aderiscono anche quelle per la raccolta dei rifiuti, potrebbe variare tra i 150 ed i 200 milioni.
Cosa fare. Dunque, con l’aiuto di Carmelo Finocchiaro, presidente nazionale di Federcontribuenti, associazione specializzata proprio nella difesa dei consumatori in relazione al pagamento dei tributi, abbiamo provato a ricostruire i passaggi a cui si deve assoggettare chi vuole recuperare una cifra che, individualmente è comunque a modesta. «Il primo passaggio è obbligato - spiega Finocchiaro - e cioè la compilazione di un modulo scaricabile gratuitamente anche dal nostro sito (www.federcontribuenti.it) da inviare insieme alle fatture o bollettini di pagamenti pagati a chi fornisce il servizio, cioè l’azienda o l’Ato (Ambito territoriale ottimale) i riferimento, il cui indirizzo è facilmente reperibili sugli avvisi ricevuti al proprio domicilio. E qui purtroppo c’è un primo nodo: si possono chiedere fino a dieci anni di arretrati, anche se in Toscana la Tia è stata introdotta circa cinque anni fa. Ma spesso, nel corso degli anni,si è assistito a cambi di gestore o di ambiti territoriali, con a conseguenza che il rimborso va chiesto a tutti questi soggetti o soltanto all’ultimo, ma solo nel caso in cui sia evidente l’esistenza di una continuità societaria».
L’attesa e l’alternativa. A quel punto non resta quindi che attendere la risposta che difficilmente sarà positiva visto che questi soggetti hanno riscosso l’Iva per conto dell’Agenzia delle entrate ed hanno già provveduto al versamento, in qualche caso addirittura in anticipo rispetto alla riscossione delle bollette. «Se arriva un no, si puòricorrere alla Commissione tributaria provinciale spendendo circa 30 euro. Un’alternativa è quella di chiamare in causa il giudice di pace (come hanno già fatto decine di migliaia di persone, ndr) con l’esborso che sale a poco più di 45». Quest’ultima sponda può essere utilizzata anche nel caso, una volta ottenuta una sentenza favorevole, si voglia arrivare alla riscossione concreta, passaggio che non sarà affatto semplice: difficilmente praticabile sembra infatti la strada della richiesta del sequestro di un bene e legalmente impossibile l’autoriduzione delle bollette.
Ne vale la pena? Una bella domanda, quest’ultima. La cifre in ballo, se sono grandi e potenzialmente devastanti a livello generale, per i privati risultano piuttosto limitate (in basso pubblichiamo alcuni esempi). Giuseppe Minigrilli, presidente toscano di Federconsumatori, è molto chiaro: «Mi sembra che la cosa più importante sia l’avere ottenuto una modifica legislativa che porterà dal gennaio 2013 all’istituzione di un nuovo trIbuto per la spazzatura (la Res, cioè Rifiuti e servizi) superando così Tarsu e Tia. A chi si rivolge ai nostri uffici per il recupero dell’Iva, io rispondo semplicemente: ok, andiamo avanti, ma ricordatevi che è solo una battaglia di principio senza sostanziali vantaggi economici».
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