Gioco
La trasformazione di Natasha Stefanenko, dalle passerelle alla scrittura
Ingegnere, modella, conduttrice e ora romanziera: le vite infinite e intrecciate della poliedrica russa
Pietrasanta I più se la ricordano sulle passerelle: altissima, biondissima, bellissima. Oppure sul palco del Festivalbar o in diverse trasmissioni al fianco di Enrico Bertolino, Vincenzo Mollica o del compianto Fabrizio Frizzi.
In pochi invece sanno della sua laurea in ingegneria metallurgica conseguita presso l’università di Mosca e della sua formazione culturale solida e rigorosa in linea con la disciplina sovietica degli anni “pre” crollo Urss: una formazione costruita a suon di Dostoevsky, Tolstoj e Bulgakov. Un bagaglio che le ha permesso oggi di cimentarsi con facilità con la scrittura e pubblicare per Mondadori il suo primo romanzo dal titolo “Ritorno nella città senza nome”. La città è quella dove ha vissuto la sua infanzia e adolescenza insieme al padre, un ingegnere nucleare bielorusso impiegato presso una base militare sovietica: Sverdlovsk-45. Un semplice numero identificativo per una località segreta nascosta tra li Urali, dove si estraeva l’uranio e si lavorava alla realizzazione di un arsenale nucleare sovietico.
Viene da questa scuola di vita Natasha Stefanenko, da un modus vivendi che rende adulti prestissimo e che la modella-attrice russa racconta nelle pagine della sua opera prima.
Dalle passerelle al palco agli scaffali delle librerie: come ci è arrivata? «In realtà è una vita che scrivo, da più di dieci anni, diciamo da quando ho imparato meglio l’italiano. Appunto ricordi, memorie, emozioni per condividere la mia storia, il mio vissuto. Flashback della mia infanzia trascorsa in una città segreta e non è propriamente così normale. Alla fine avevo un bell’archivio; ne ho parlato con persone dell’ambiente editoriale per capire che cosa potesse venirne fuori: un’autobiografia? Non ci convinceva, sembrava troppo autocelebrativa. Poi ci è venuta un’idea, anche con il contributo di mio marito (Luca Sabbioni ex modello e oggi imprenditore), e con l’aiuto determinante di Graziella Durante, cioé quella di farne un romanzo».
Un romanzo però in buona parte autobiografico... «Sì, l’85% dei fatti appartengono alla mia vita e riguardano due anni densi, quelli del ’91-’92: importanti per me e non solo. Sono gli anni del crollo dell’Unione Sovietica. Si fonde quindi la mia storia personale con quella internazionale. In quel periodo ero a Mosca ed ho vissuto la paura, la confusione e la speranze che appartenevano a tutto il popolo sovietico. Anni contraddittori nei quali tutti aspiravamo alla libertà anche se poi non sapevamo come gestirla questa libertà a cui non eravamo abituati».
Quale è il suo rapporto con la Russia e con la vita trascorsa nel suo paese natale? «Io sono grata al mio Paese. Grazie all’educazione ricevuta in Unione Sovietica sono potuta diventare quello che sono oggi: ho imparato il rigore, il sacrificio, il senso di responsabilità, la capacità di attenzione e applicazione, la determinazione per arrivare ad un obiettivo. Come tutti i miei coetanei ho avuto la possibilità di studiare gratuitamente all’Università e poi un lavoro di due anni garantito come contributo personale alla “comunità”. C’era rigore, impegno, disciplina che mi sono stati utili nella vita anche nelle esperienze successive».
Da ingegnere metallurgico a modella, il salto è “più che triplo”... «Sono gli “sliding doors” della vita: prendi una strada e arrivi verso una destinazione, ma potevi prenderne un’altra. Per quanto mi riguarda posso dire che è tutta colpa di un hamburger di MacDonalds. Nel ’91 infatti aprì a Mosca il primo fast food americano: potete immaginare che evento potesse essere per noi sovietici. File pazzesche di notte per poter sperimentare il panino made in Usa. Dopo i primi giorni di ressa, un pomeriggio andai anche io e, facendo la fila, mi trovai a parlare con un ragazzo che era il truccatore di John Casablancas, il fondatore dell’agenzia Elite Model Management. Era lì per un concorso e cercava di convincermi a presentarmi ai provini. In palio un viaggio a New York alla sede dell’Elite e un contratto. Non gli detti peso, né spago. Avrei dovuto laurearmi di lì a poco».
E invece? «E invece la vita ti accompagna verso il tuo destino. Il giorno dopo, uscita dal colloquio con il mio professore che mi aveva richiesto un buon numero di correzioni sulla mia tesi, ero sfinita, distrutta per tornare a casa e rimettermi al lavoro. Decisi di fare un giro e andai a curiosare nel posto dove stavano facendo le selezioni. Ritrovai quel ragazzo che mi presentò allo staff e fui scelta. Vinsi il concorso. Ma non andai a New York, perché volevo finire l’università».
E allora come è arrivata in Italia? «Quando capii che la situazione al mio paese si stava facendo difficile, decisi di giocare la carta di Elite. L’Italia fu il paese per il quale ottenni il visto più velocemente. Ed è diventata la mia “altra” patria. Non potrei più vivere altrove se non in Italia».
Da qui vede il suo paese alle prese con la guerra: l’invasione in Ucraina, città distrutte, persone massacratee addirittura il rischio nucleare che lei, da figlia di ingegnere nucleare, ben conosce. Quali sono le sue sensazioni? «Una sofferenza pazzesca. Ho due cuori: uno in Italia e uno in Russia, amo la mia terra natale come ognuno ama la sua terra di appartenenza. La guerra in corso è una guerra tra fratelli, fino al ’91 eravamo un unico grande paese. Non sono un’esperta di politica per dire come riuscire a risolverla. Posso solo suggerire questo: tutti noi dovremmo trovare in noi stessi un equilibrio per riuscire ad aiutare questi paesi a ritrovare il loro».
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