Il Tirreno

La P2 quarant'anni dopo: il piano di Gelli ha trovato lo stesso validi esecutori

Mauro Zucchelli
Emo Danesi, deputato Dc livornese
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Emo Danesi, deputato Dc livornese

Gli obiettivi di quel golpe di stampo fascista

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Trasformazione del sistema politico in un bipolarismo fra uno schieramento di centrosinistra (socialisti, laici e sinistra Dc) e uno di centrodestra (imperniato attorno al grosso dei conservatori Dc guardando verso destra): fatto. Riforma del mercato del lavoro: fatta. Abolizione delle Province: quasi fatto (sono talmente azzoppate e delegittimate che sono l’ombra di sé stesse). Riduzione del numero dei parlamentari: fatta. Controllo dei mass media attraverso una agenzia unica la liberalizzazione delle emittenti e l’abolizione del monopolio Rai (compresa alla privatizzazione): fatto, eccetto l’agenzia unica e la privatizzazione Rai. Abolizione del valore legale del titolo di studio: da fare ma se ne parla. Separazione delle carriere dei magistrati: idem.

Eccoci a 40 anni esatti dal giorno in cui si è alzato il coperchio sulla P2, una loggia massonica guidata da Licio Gelli che da adulto farà il mestiere che sognava da bambino: il burattinaio. Eccoci a 40 anni esatti ad accorgerci che Licio Gelli non c’è più e la P2 è stata disarticolata ma il “Piano di rinascita democratica” che aveva messo a punto si è trasformato almeno in parte in realtà. E se non si può dare del piduista a chiunque sostenga, ad esempio, il bipolarismo o la separazione delle carriere dei magistrati, balza agli occhi quanto sia slittato in quella direzione il senso comune: nella famosa intervista a Maurizio Costanzo per il Corriere salta fuori un Licio Gelli sovranista ante litteram contro i potentati europei. Senza Gelli né P2, hanno permeato le nostre radici alcune delle misure del piano che, per supplire all’incapacità del blocco sociale di riferimento dei partiti centristi di avere un’egemonia sulla società, puntava a una stabilizzazione autoritaria-soft. Non è un segreto che l’elaborazione del “Piano di rinascita democratica” sia maturata in chiave anti-comunista: chissà se c’entra il fatto che nel ’76 il Pci raggiunge il record di consensi (12,6 milioni, più del 34%) e di iscritti (oltre 1,8 milioni), dopo aver conquistato gran parte delle principali città nel ’75.

Non è un segreto nemmeno che arrivi dopo che avevano fatto flop o erano rimasti a metà la svolta del governo Tambroni (1960), il mezzo putsch del “Piano Solo” (1964), il tentativo di golpe del principe Borghese, tutt’altro che da operetta (1970), la “strategia della tensione” (dal ’65 ai primi anni ’80). Non dimentichiamoci – emergerà solo nell’autunno ’90 in Italia così come nel resto d’Europa dopo la dissoluzione dell’Urss – che in quegli anni erano ancora attivi i nuclei di “Gladio”, l’organizzazione segreta filo-Usa che avrebbe dovuto arrestare i dirigenti del Partito comunista (e della Cgil) in caso il Pci avesse vinto le elezioni. Eccoci a 40 anni esatti da quel martedì di marzo di luna piena in cui i finanzieri del colonnello Vincenzo Bianchi, su disposizione dei pm milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, scovarono da Gelli una lista di nomi che dovrebbero rappresentare la nomenklatura reale del “governo nascosto”. Che aria tirava lo capì proprio il colonnello: nell’elenco c’era il comandante generale della Finanza e il predecessore.

La Toscana era coinvoltissima non solo perché Licio Gelli era pistoiese e è in provincia di Arezzo che aveva il quartier generale economico (Giole) e la casa (villa Wanda) o perché è qui che è stata rintracciata la lista degli aderenti.

Restano nella memoria nomi di iscritti P2 milanesi come Silvio Berlusconi o romani come il volto tv Maurizio Costanzo eppure buona parte di quell’elenco parla toscano: soprattutto fiorentino e livornese. In tutto gli esponenti finiti negli elenchi P2 sono poco meno di un migliaio (curiosamente il numero progressivo delle tessere arriva a quota 2mila) si contano 121 fiorentini e 30 livornesi, più 21 aretini, dieci senesi, 13 pisani, quattro pistoiesi e altrettanti montecatinesi, tre massesi e un grossetano. Tradotto: un piduista su quattro era toscano e spesso aveva scritto Livorno o Firenze sulla carta d’identità.

Attenzione, però, che se a Firenze il gran numero di iscritti si sventaglia fra vari profili della borghesia delle professioni, a Livorno no: almeno metà della lista è composto da militari. Si tratta di ufficiali di alto grado (un ammiraglio come Achille Alfano e un generale come Vitaliano Gambarotta o l’ex comandante della Legione carabinieri, Italo Poggiolini) ma anche quattro con il grado di capitano, tre con quello di maggiore, due colonnelli e altrettanti tenenti colonnelli. Ma il sub-burattinaio toscano non aveva tante stellette. Anzi, neanche una, perquanto fosse lavorasse per il ministero della Difesa (al Camen, il centro di San Piero a Grado dedicato al nucleare militare): stiamo parlando di Ezio Giunchiglia, certificato di nascita datato Lucca 1943 e a quel tempo casa a Tirrenia, massone in una loggia pisana e poi in una livornese, nulla osta Nato “cosmic” al massimo livello.

Però fra i nomi targati Livorno il nome eccellente è quello di Emo Danesi: nel ’76 entra in Parlamento e nella “rossa” Livorno diventa il punto di riferimento della Balena Bianca scudocrociata fino a impadronirsene in tandem con Pierino Del Gamba nel ruolo di rappresentante locale del “grande capo” la cui resistibile ascesa a Roma è sotto l’ala del capocorrente Toni Bisaglia ed è benedetta dai giornali della galassia Corriere che lo sponsorizzano (“Dopo Zac c’è Dan”). Ha fatto bingo convincendo il presidente dell’Eni, Giorgio Mazzanti, a rispondere alla convocazione del “burattinaio” Licio Gelli: nacque lì la maxi-tangente dell’ “affaire” Eni-Petronim.— RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web