Il Tirreno

Il libro

Gli odori degli anni ’70: Giorgio Billeri racconta quegli amati Happy Days

di Sabrina Carollo

	Giorgio Billeri e la copertina del suo libro
Giorgio Billeri e la copertina del suo libro

Giochi, musica, sport e cinema in 70 racconti: «La miscela, i ghiaccioli, la Coccoina... profumi indimenticabili»

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Gli anni Settanta sono stati anni bellissimi. Storicamente complessi, indubbiamente. Ma bellissimi. Fatti di qualcosa che sta sfuggendo sempre più: presenza, corpi, sogni semplici forse ma condivisi. Una quotidianità fatta di comunità, di ragazzini che si specchiano gli uni negli altri senza filtri, di appuntamenti e di imprevisti nella prevedibilità di certi giorni uguali in modo confortante. Di sapori e di odori collettivi, oggi capaci di riattivare i ricordi come nemmeno le immagini.

Proprio da questi scampoli di sensorialità è partito Giorgio Billeri - per quarantadue anni giornalista di questa testata, da poco in pensione - per scrivere le storie del suo libro “’70 profumi. Ogni odore una storia: giochi, musica, sport, tv, cinema degli anni più felici in settanta racconti”, pubblicato in questi giorni per le edizioni Il Foglio e ordinabile online su Ibs, Amazon, Feltrinelli e Mondadori oltreché in libreria. Una raccolta di memorie che non vuole essere un’operazione nostalgica ma è piuttosto il ritrovarsi di una generazione - anche due o tre - che in quel decennio ha attraversato una fase fondamentale della vita.

Giorgio, com’è nato questo volume?

«Un po’ per caso, in realtà, perché si tratta di racconti che avevo cominciato a pubblicare occasionalmente su Facebook, dedicati alle memorie degli anni Settanta, per me ovviamente il periodo più bello, perché ero un ragazzo. Ogni volta che apparivano avevano un riscontro positivo, con numerosi commenti di persone che si ritrovavano nelle mie parole; in diversi mi hanno suggerito di farne un libro. Ero dubbioso, perché non volevo scrivere un volume retorico o passatista, ma Stefano Tamburini e Gordiano Lupi, gli editori di Piombino per cui ho pubblicato, ci hanno creduto e alla fine mi sono deciso. Il libro è strutturato in 70 brevi racconti, come gli anni ’70 ovviamente, che partono tutti dal ricordo scatenato da un profumo, da cui il titolo».

Una sorta di madeleine proustiana.

«Esatto. Ogni capitolo comincia con un corsivo in cui si racconta dell’odore da cui origina la storia: quello di benzina del motorino, di limone dei ghiaccioli appiccicosi, della crema solare spalmata dalla mamma in spiaggia, di mandorle della Coccoina. Quando lo sento mi ritrovo improvvisamente a scuola, con i compagni di classe, la lavagna, la cimosa e tutto il resto. Una prima parte è dedicata alle attività come le feste in casa, il rito della schedina, le palline in spiaggia e così via; una seconda sezione è riservata al cinema. Ho scelto quattro film che forse non passeranno alla storia come capolavori ma per noi hanno significato tanto: “La febbre del sabato sera”, “Borotalco” di Verdone, “Rocky” e “Rambo”, pellicole che riempivano i cinema e ci entusiasmavano. La televisione occupa la terza parte, con i girati in bianco e nero storici come Carosello e la Freccia Nera, ma anche Happy Days, cose che per noi erano magia, il nostro modo di sognare, di evadere. Poi c’è il segmento dedicato alla discoteca, dove ci ritrovavamo e sperimentavamo i primi amori; e naturalmente anche lo sport, ambito di cui ho scritto per molti anni, con certe partite mitiche come Italia-Germania, con Paolo Rossi, Gigi Riva, e soprattutto il modo in cui vivevamo quelle partite insieme con gli amici, in casa, con il fumo, le cicche, la pastasciutta. Infine l’ultima parte in cui si parla di musica: ho scelto dodici musicisti, dai Pink Floyd a Stevie Wonder, Alan Sorrenti con i suoi figli delle stelle, Barry White, Diana Ross, la Vanoni, Elton John. Insomma una summa di quegli anni che per noi sono stati unici».

Erano anche gli anni di piombo.

«Ne accenno, traspaiono, ma ho preferito affrontare altri aspetti. A noi arrivavano solo echi attraverso il telegiornale, l’unico strumento che ci connetteva al resto del mondo. In fondo il nostro stile di vita un po’ più leggero e sognante era anche il nostro modo di ragazzi di esorcizzare i pericoli e i drammi della storia. Tante cose le abbiamo capite solo dopo, in quel momento eravamo presi dalla crescita, dalle emozioni e dal cercare di orientarci nelle relazioni».

L’impressione è che gli anni Settanta abbiano avuto un carattere più “sociale” di quelli che viviamo ora, nonostante i “social”.

«Sì, il fatto che in così tanti si siano da subito riconosciuti nei miei ricordi fa capire quanto le persone fossero unite, facessero esperienze simili. Ho il sospetto invece che ora i nostri figli condividano meno, un video su TikTok non è la stessa cosa. Noi avevamo le compagnie numerose, ci trovavamo in piazza, non in video o in chat».

Il libro ha due prefazioni importanti.

«Una è di Carlo Conti, autore di trasmissioni come “I migliori anni”: senza troppe speranze gli ho chiesto se avesse voluto scrivere un piccolo testo e lui immediatamente ha accettato con entusiasmo e mio grande stupore, visti tutti i suoi impegni. La seconda è di Luca Salvetti, sindaco di Livorno, peraltro anche ex collega con cui ci si incrociava per lavoro, e che condivide tanti ricordi. Sono molto contento, sono due endorsement importanti».

Hai qualche presentazione in programma?

«Ci sto lavorando, vorrei farne una i primi di settembre al mio circolo del tennis di Livorno, mi piacerebbe scegliere qualche racconto e abbinarlo a una canzone».

Hai avuto voce in capitolo anche per la scelta della copertina?

«L’immagine l’hanno scelta gli editori, io ho contribuito dando qualche suggerimento sul mood. Mi piace questa ragazza con i jeans a campana, i dischi in vinile e il giradischi, i riferimenti sono tutti azzeccati».

C'è un racconto che ti sta particolarmente a cuore?

«Forse il quarto, quello delle feste in casa, è quello che mi rappresenta di più. Sono sempre stato un po’ timido e ricordo bene quel momento di sospensione in cui la musica passava improvvisamente dall’essere più veloce a lenta: ci si guardava senza avere il coraggio di approcciare l’altro sesso. Nel racconto narro di una volta in cui in questa situazione indossavo un maglioncino troppo pesante, ero sudato, mentre la ragazza che mi piaceva profumava di mela verde per via dello shampoo, non sapevo bene se abbracciare tanto o poco, insomma io ero impacciato mentre lei completamente rilassata. Alla fine mi chiese di cambiare stanza, suggellando il mio successo; racconto quella paura e quell’emozione».

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