Sicurezza
Pelù, il disagio non fa paura: la cura è a ritmo di rock
L’artista presenta il nuovo disco solista “Deserti” in uscita e canta la sua Firenze, dal Mugnone fino a Ponte Vecchio
«Da “Pugili fragili” (2020) è successo di tutto: la pandemia, l’ultimo tour con i Litfiba, quello con Aldo Cazzullo a parlare di Dante. La guerra in Ucraina, in Palestina. Gli acufeni. Non so se così riuscirò a reggere». Questo si chiede Piero Pelù ripercorrendo il tempo trascorso dal suo ultimo disco solista. Lo fa adesso con in mano “Deserti” il suo nuovo (settimo) lavoro disponibile da oggi. Un disco che è, come spiega lui, figlio di tutto questo. «La musica – dice il rocker fiorentino – ha l’incredibile potere di nascere da questo caos e in qualche modo riuscire a riallineare tutte le idee, tutte le emozioni, di portare ogni cosa alla stessa frequenza. Buona parte di questa ricerca di armonizzazione ha dato vita a “Deserti”. Alla fine trovi un’onda per cui ti allinei felicemente col mondo».
Piero Pelù quali sono i deserti a cui si riferisce?
«I deserti affettivi, quelli che canto ne “La canzone Picasso”. Il mio rapporto di bambino adolescente con la famiglia, quando ho detto: “Signori, io voglio fare il Rock’n’Roll” e da lì è iniziata la guerra con i miei. Sono i deserti sentimentali, quelli di “Maledetto cuore”. I deserti causati dall’odio che ci circonda, raccontati in “Canto”. Quelli creati dai social (“Tutto e subito”). Non possono poi mancare i deserti delle guerre, quelli di “Scacciamali”. In genere sono i deserti della società contemporanea. C’è un filo logico che è legato alla desertificazione generale delle città, nelle periferie, dell’ambiente. Ci troviamo di fronte a un rischio che va affrontato con intelligenza, senza prese di posizione faziose, politiche, perché si sta parlando del bene comune».
Alla fine è un disco arrabbiato? Politico? Di denuncia?
«Sicuramente è pieno di denuncia. Musicalmente lo definirei “etno rock” perché ci sono suoni e strumenti etnici, combinati con le chitarre che vanno dal rock al punk, sino al metal, con varietà stilistica. Nei contenuti c’è un po’ il nuovo Piero. Sono andato a scavare nel mio rapporto con la famiglia, con i deserti di carezze, cose che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare fino a dopo gli acufeni. Quello è stato uno shock talmente forte che mi ha chiuso in me stesso. Ho cominciato così dei cicli con una dottoressa, e parlarne mi serve molto. Lo consiglierei anche a chi pensa di non averne bisogno. Io forse ho aspettato sin troppo».
Lei si è sempre esposto con forza rispetto a temi politici, al rifiuto della guerra, l’ecologismo. Crede che esporsi sia un dovere per un artista?
«Mi sono sempre esposto, nella vita, in prima persona e spesso ho pagato un conto salato. Sono un boomer quindi cresciuto in una società in cui abbiamo ottenuto il diritto alla interruzione di gravidanza, il divorzio e tanti diritti dei lavoratori oggi quasi indifesi. Tale cultura cerco di portarla in questo millennio orribile. Se la politica non fa niente bisognerà in qualche modo che a un certo punto si ritorni per le strade. Attenzione, parlo di tornare per le strade pacifici, sia ben chiaro, per farci sentire. C’è una canzone “Baby bang” in cui ci sono parecchie citazioni di Firenze. Certo. Parlo del Mugnone, da cui Mugnìons il nome del mio gruppo pre Litfiba, c’è la Chiesa Russa. E poi Ponte Vecchio, dove si andava a fare i ragazzacci da “Fulgenzi”, che aveva tutte le cose che venivano dall’India, come il profumo Patchouli. Però alla fine, da ragazzacci, qualche cosa ci rimaneva dentro le tasche. Eravamo un po’ baby gang pure noi insomma. E poi c’è la cantina in Via de’Bardi che era la base dei Litfiba dove ho presentato ai fan queste canzoni e il disco è registrato a Firenze».
Qual è ora il suo rapporto con la città e la Toscana?
«Con Firenze è inevitabile, ci vivo. C’è anche in città una grossa desertificazione. Non architettonica, perché vengono create nuove strutture di lusso, studentati da 2mila euro al mese; ma quanti studenti si possono permettere queste cifre? La desertificazione è dei cittadini. Siamo passati da mezzo milione di abitanti dei primi 90 a 380mila odierni. Poi è chiaro, sei vai nel quadrato d’oro è pieno di gente, manco ci cammini. Tra le cose sparite in città c’è l’artigianato pazzesco, secoli di sapere tramandato di padre in figlio stanno finendo. Resiste un po’ l’oreficeria, perché va tutto sul Ponte Vecchio. C’è qualcosa ancora nella boiserie. Ma è anche intorno a Firenze che c’è una grande crisi, a cominciare da quella della ex GKN di Campi Bisenzio, alle lotte dei precari della logistica e dei trasporti merci. Come in tutta Italia c’è una tendenza al ribasso degli stipendi con il massimo guadagno da parte delle aziende e il sempre più basso riconoscimento del salario, del lavoro e della sua qualità. È una tendenza generale, però da una regione storicamente progressista non me lo sarei aspettato».
Ma è ancora progressista?
«Sicuramente molto massonica, storicamente. Certo parlando di massoneria non si può generalizzare, però c’è molto lobbismo, tante cose che non tornano. Io sono toscano, pago le mie tasse in Toscana, dove vivo, pago l’ICI, la Tari e tutto quanto e pretendo che nella mia terra non ci siano rifiuti interrati, non ci sia lobbismo. Se questo lo pretendessimo tutti, probabilmente le cose andrebbero meglio … per tutti».
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