Il Tirreno

“Codice Carla”. Il mondo Fracci in un docufilm

di Luca Trambusti
“Codice Carla”. Il mondo Fracci in un docufilm<br>

Luchetti firma un ritratto perfetto con il contributo di tante stelle

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Sarà nelle sale il 13, 14 e 15 novembre “Codice Carla” il docufilm firmato dal regista Daniele Luchetti che analizza l’arte dell’iconica ballerina Carla Fracci (1936-2021). In un periodo di grande prosperità per i docufilm questo di Luchetti si differenzia perché approccia l’arte della Fracci senza indugiare sulla storia biografica dell’artista. “Codice Carla” non racconta o ripercorre la carriera dai primi passi sulle punte sino ai trionfi mondiali ma presenta una Fracci “adulta” di cui si evidenziano molti aspetti tecnico-stilistici (senza entrare nello specifico del tecnicismo incomprensibile al grande pubblico) ma soprattutto se ne racconta la “filosofia”, lo spirito e il rapporto con la danza e non solo. “Codice Carla” lavora un po’ a porte girevoli. Il regista parte da un tema, un capitolo, un titolo e lo racconta attraverso il pensiero e l’esperienza della Fracci ma allo stesso tempo in quella porta girevole entrano ed escono molti altri ospiti che forniscono il loro contributo in merito al tema stesso. C’è un “parterre de rois” che fornisce il proprio contributo nello sviluppo del film: Roberto Bolle, Jeremy Irons, Marina Abramovic, Carolyn Carlson (ballerina e coreografa), le ballerine Eleonora Abbagnato, Alessandra Ferri e Gaia Straccamore, il jazzista Enrico Rava, la ballerina e performer disabile Chiara Bersani (che racconta molto bene del rapporto con il corpo), Beppe e Francesco Menegatti (marito e figlio di Carla), Luisa Graziadei (assistente della Fracci), la neuro scienziata Hanna Poikonen. I contributi forniti dagli artisti (anche provenienti da arti differenti) sono tra gli altri argomenti occasione per ragionare sul ruolo dell’arte e dell’artista, allargando così il campo, portandolo dal mero aspetto stilistico a un piano filosofico e concettuale che coinvolge anche il significato dello stare in scena. Ecco allora che si scopre che tanti sono i punti di contatto tra l’attore e il danzatore, entrambi chiamati a esprimere sentimenti ed emozioni attraverso il corpo (che è uno dei temi centrali) e la sua espressività.

Il documentario affronta anche il tema “politico” dell’arte e della capacità e volontà della Fracci di portare la danza anche fuori dai luoghi “istituzionali” che per questo genere sono anche molto rigorosi. Ecco allora la grande étoile ballare, nelle scuole, nelle fabbriche e nei tendoni dei circhi, come si usava, soprattutto per la musica, a fine anni ’70 primi ’80 quando l’arte diventava oggetto d’interesse popolare. Ma questa pellicola rompe anche altri schemi: quello della sacralità della musica classica su cui il balletto classico si svolge. Il film è ovviamente pieno di preziose scene di ballo (e non solo della Fracci ma anche di tutti gli altri danzatori ospiti), molte su opere tradizionali ma ci sono anche balli su musiche moderne, tra cui quelle di Rava e soprattutto sulle musiche scritte da Thom York (Radiohead) e il suo gruppo Atom For Peace. Proprio da questo connubio tra danza classica e musiche moderne è nata in Luchetta l’idea del film e di come svilupparlo. Lo stesso York si è appassionato all’idea e ha dato al regista i “multitraccia” delle sue composizioni così che potessero essere adattate all’esigenza cinematografica con remix e/o estrapolazioni sonore. “Codice Carla” è un’opera complessa, ben strutturata, da approcciare con apertura mentale. Se dalla pellicola ci si aspetta di conoscere vita e opere di Carla Fracci si resterà delusi, se invece la si guarda con l’intenzione di esplorare la filosofia dell’arte della Fracci, condivisa con i tanti ospiti, l’opera è perfettamente riuscita.


 

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