Toscana
Enrico Vanzina: «Ballando l’ho sfiorata e ho capito Federica è la roccia della mia vita»
Il regista: «Giravo a Porto Ercole, andai controvoglia in un locale e lì conobbi mia moglie: da 50 anni è la mia cornice, una donna eccezionale»
«Quella sera di tanti anni fa in un locale, al King’s di Porto Ercole, mi ritrovai di nuovo seduto accanto a lei, a quella donna bellissima ma antipatica che avevo conosciuto poche ore prima. Era l’epoca dei lenti. Ballavano tutti tranne noi due. Ero stanco morto ma sembrava quasi maleducato non farlo e le chiesi: “Vuoi ballare?”. Ci buttammo in pista un po' svogliati, ma quando i nostri corpi si sono sfiorati ho sentito all’istante che la mia vita sarebbe cambiata. Una roba da film di Hollywood. Sono andato a letto alle 5 del mattino». Enrico Vanzina: sceneggiatore, regista, produttore e scrittore. Anche mentre li racconta, i fatti, riesce a portartici dentro. Qui ci racconta l’incontro che gli ha cambiato la vita, quello con sua moglie Federica Burger e, nel rivivere l’incontro con la donna che ama da 50 anni, Vanzina lascia trapelare una certa emozione: «Federica è una roccia, è una specie di Marco Aurelio sul cavallo. È sempre bastato un suo sguardo per farmi capire quando stavo sbagliando».
Torniamo a quel pomeriggio in cui la vide per la prima volta. Il set è Porto Ercole: lei sta girando su una barca “Il padrone e l’operaio”, il film diretto da suo padre con Renato Pozzetto e Teo Teocoli. È luglio, fa caldo, chiama la pausa e scende in un bar. Lì che succede?
«Che incontro un giro di amici di Roma tra i quali c’è una giovane donna tedesca, bellissima. Dopo averci scambiato due parole penso: quanto è odiosa questa signora! Scopro che era stata sposata e che aveva un figlio piccolo. Torno al lavoro. È sabato, sono distrutto, però mi lascio convincere e la sera andiamo a ballare, di nuovo con quel gruppo di amici. E in pista, sfiorandola, penso che niente sarebbe stato più come prima».
Era il 1975. Da quel lento insieme siete subito partiti in quarta?
«No, in decima! Ma la cosa era complicatissima. Io avevo una fidanzata milanese, una persona carina alla quale avevo promesso che saremmo partiti insieme per Amalfi ospiti di Guendalina, la figlia di Carlo Ponti. Lì cominciò il dramma perché non volevo più partire ma non sapevo proprio come fare quella telefonata per lasciarla: ero un vigliacco. Per la prima volta in vita mia ho provato l’imbarazzo di dover dire a una persona cara “le cose sono cambiate, non ti voglio più”».
Trovò il coraggio di farlo?
«No, feci la cosa della quale più mi sono pentito: andai da mio padre e gli raccontai tutto, pregandolo: “Chiamala e diglielo tu”.
Suo padre come reagì di fronte a tanto coraggio?
«“Sei uno stronzo”, mi disse, “lo faccio contro la mia volontà”, ma la chiamò. Fece lui quella telefonata per me. Le disse che il film sarebbe andato avanti per tutto il mese di agosto e che non sarei potuto andare. Tornò da me nero: “L’ho fatto, ma per un mese non ti parlo più”, mentre io partivo per Amalfi con Federica».
Incontro da film nella stagione migliore per innamorarsi, l’estate. E poi? Lei era piuttosto giovane, era pronto per una relazione matura?
«I sentimenti crescevano ma io buttavo le mani avanti. Dissi a Federica “sappi che sono un disastro, non riesco ad avere legami forti”. Avevo paura di me».
Federica la prese sul serio?
«Si mise a ridere. Lei tedesca, seria, molto intelligente e profonda; appartiene a quella categoria di persone che se dice no è no, ma se dice “ti amo” è ti amo. Ha lavorato, viaggiato ovunque, è una donna internazionale e moderna, ma è nata sotto il segno del cancro: quello che più conta per lei è la casa, i sentimenti, aver cura delle persone che ama. I tedeschi li raccontiamo freddi e distaccati, ma il romanticismo lo hanno inventato loro. È una donna di una dolcezza spaventosa».
Torniamo all’inizio della storia. I primi tempi insieme e poi la convivenza.
«Come le dicevo Federica aveva già un figlio, Marco. Era piccolo e all’inizio la convivenza non è stata una passeggiata perché lui un papà ce l’aveva: Aldo, a cui ho voluto molto bene, anche per merito di Federica che ci ha sempre fatto sentire a nostro agio. Il piccolo Marco l’ho conquistato facendo colazione insieme al mattino presto e accompagnandolo a scuola; quel tempo al mattino era solo nostro. Piano piano, delicatamente, è nato un rapporto bellissimo e quando suo padre è morto, solo allora, l’ho adottato. In tarda età. Ci siamo scelti».
Dopo 20 anni insieme il grande passo, il matrimonio…
«Di pomeriggio con 30 invitati nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. Al bar Ciampini incontro due ragazzi che mi dicono: “Ammazza come sei elegante, che te vai a sposa’?” Gli rispondo di sì. Federica arriva a piedi sottobraccio a Marco, pensavo di non essere emozionato invece quando l’ho vista mi sono tremate le gambe. Quando durante la cerimonia lei ha mostrato felice l’anello alle amiche, ho capito che ci teneva».
Mezzo secolo insieme, una vita da jet set e mai una crisi?
«Nel corso della vita qualche impiccio c’è stato, ma lei ti mette sempre a confronto con le tue contraddizioni. Ad un certo punto ci siamo lasciati, è successo qualcosa, una sbandata. Sembrava finita. Me ne andai di casa ma dopo poco, una sera, mi chiesi: come ho fatto a lasciare la donna più importante della mia vita? Ho capito tutto e le ho detto “torniamo insieme”. Lei ha aspettato qualche mese, poi mi ha chiamato: “Torna”.
Non l’ha giudicata neanche in quel caso?
«Lei mi aveva detto ti amo ed era ti amo sul serio. Quando mi hanno consegnato il David di Donatello ho ringraziato solo mia moglie, una donna incredibile. Vivere in un paese come l’Italia, popolato da cazzari, da mezze parole e avere accanto questa “statua di bronzo fuso” è stato tutto. Quando le ho chiesto un consiglio e me lo ha dato non ho mai sbagliato; quando non gliel’ho chiesto ho sbagliato sempre».
Come ha vissuto il suo lavoro Federica?
«Credo conosca il cinema più di chiunque altro dopo 50 anni insieme, ma non si è mai intromessa nelle mie scelte. Eppure si è rivelata fondamentale perché è una donna internazionale, aperta, modernissima e senza alcun pregiudizio. Un altro aspetto che ha reso questo incontro fondamentale per me; lei che il mondo lo conosce, avendo viaggiato moltissimo, mi ha accompagnato in un percorso che non finisce sul Grande Raccordo Anulare. Lo diceva sempre papà».
Ha saputo tenerla con i piedi per terra?
«Sempre. È un’intellettuale senza esserlo e mi ha insegnato il senso della vita».
Qual è il senso della vita?
«Cosa vale e cosa non vale sul serio».
Siamo sulle pagine del Tirreno. Qual è il vostro mare?
«Fregene. Abbiamo viaggiato insieme dai Caraibi alla Polinesia, ma il nostro mare della memoria rimane Fregene. Io ci ho trascorso tutta l’infanzia, lei ha sempre avuto una casa lì».
Federica le ha ispirato qualche personaggio?
«No, in nessun film c’è il suo personaggio. Lei è sempre stata la cornice, il contorno. Saldo, immobile».
Federica ha reso la sua vita?...
«Un film. Mio fratello Carlo preferiva il cinema alla vita perché, diceva sempre, nel cinema spesso c’è il lieto fine e nella vita quasi mai. Invece Federica ha reso la mia vita un film».
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