Attenzione
Luca Bizzarri tra nostalgia e innovazione
«La paura può essere sconfitta creando esseri umani più consapevoli: va tutelato il lavoro degli insegnanti»
Dopo il riscontro positivo della scorsa stagione (conclusasi a marzo), Luca Bizzarri riparte da Firenze con il suo spettacolo teatrale "Non hanno un amico", ispirato all’omonimo podcast firmato sempre dal comico e attore genovese.
L’appuntamento fiorentino per l’avvio della nuova stagione è fissato per domani, 3 novembre, al Teatro Puccini. «Rispetto allo spettacolo che ho finito a marzo ci sono un po’ di novità perché sono successe delle cose nuove, alcune già finite nel podcast».
Dunque c’è una sovrapposizione tra lo spettacolo teatrale e il podcast?
«Sì e no. C’è un ritmo diverso ma il pensiero è quello, qui è tutto più "meditato" perché essendo diversa la piattaforma cambiano i modi, i tempi e il linguaggio per esprimersi. Ci sono delle parti dello spettacolo che non sono entrate nei podcast e non c’è mai dal palco un’intera puntata del podcast».
Quindi che spettacolo è?
«Il tema principale è raccontare la mia generazione e il confronto tra le generazioni che l’hanno preceduta e quella che è arrivata dopo di noi».
E come ne esce questa generazione?
«Male, molto male. Se Gaber si sentiva parte di una generazione perdente, probabilmente noi (Bizzarri è del 1971, ndc) non siamo neanche scesi in campo, una generazione che non ha proprio giocato la partita. Siamo debitori rispetto alle generazioni che seguiranno la nostra. A mio parere siamo stati forse la peggior generazione di figli e la peggiore di genitori».
Cosa vuole raccontare Lucca Bizzarri con questo spettacolo?
«Questo è uno spettacolo, come spesso succede, che parte da me, dalle mie debolezze, con la consapevolezza di questo stato, per poi parlare delle nostre. Chiunque scriva fa di tutto per non parlare di sé, ma non può fare a meno di farlo perché è da lì che parti. Il punto di partenza finisce ogni volta per essere sempre il tuo corpo e i tuoi occhi. E con essi i tuoi ricordi e le tue sensazioni. Poi finisce che vai anche da un’altra parte, se ci riesci, quando ci riesci».
In "Non hanno un amico", sia podcast che spettacolo teatrale, lei parla molto di realtà, di ciò che ci circonda, sia dal punto di vista politico, sociale ma anche sociologico. E lei come vede la situazione?
«Sembra che ci sia una grande paura, cioè che viviamo tutti, io per primo, con un enorme senso di paura. Non c’è più nulla di umano. Mi sembra che sia partito tutto con il Covid. Forse eravamo così anche prima. Il problema è che non me lo ricordo più come fosse prima perché mi sembra un’era geologica fa. Però adesso se piove abbiamo paura, e forse non a torto. Ogni tanto se nevica abbiamo paura, se c’è la guerra abbiamo paura, se si vive abbiamo paura. Le paure, c’è poco da fare, pagano, soprattutto in comunicazione. Funziona così, ogni volta. Se si dice domani piove, ti danno retta in dieci. Se si dice domani c’è l’alluvione, lo fanno in mille, fomentando in questo modo inevitabilmente le paure».
E come si può sconfiggere questa paura?
«Con la cultura e creando degli esseri umani più consapevoli. Per questo credo che mai come in questo momento il lavoro degli insegnanti sia fondamentale nella società. Sono concento che, proprio per questo, dovrebbe essere tutelato, pagato meglio».
Qual è il suo grado di malessere in questo momento?
«Ma io son genovese, per cui noi abbiamo un malessere standard, ce l’abbiamo intrinseco, nasciamo già col malessere dentro».
Come vorrebbe che uscisse il pubblico dopo aver visto questo spettacolo a teatro?
«Spero che sia un’oretta di risate. Si ride e questo lo so perché l’ho già fatto la scorsa stagione. Quello che vorrei è che la gente imparasse a ridere di se stessa, perché secondo me cominciare a ridere di noi stessi, delle nostre paure, dei nostri difetti è un buon modo per poter poi ridere degli altri. Cominciare a ridere di noi potrebbe essere veramente la soluzione a tanti problemi. Ho paura che tutti quelli che si stanno sparando addosso nel mondo in questo momento abbiano un’unica grande caratteristica comune: non sono in grado di ridersi addosso».
Quindi l’ironia in qualche modo ci salverà?
«Lo spero».
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