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Paolo Crepet: «Non mi sento un guru ma scuoto la gente»

di Sabrina Carollo
Paolo Crepet: «Non mi sento un guru ma scuoto la gente»

Lo psichiatra in Toscana per tre serate

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Non ama essere trattato come un guru. Però alle serate di Paolo Crepet partecipano sempre moltissime persone in cerca di risposte. Che non necessariamente arrivano: lo psichiatra (ma anche sociologo, medico, scrittore) vuole stimolare il senso di responsabilità di chi lo ascolta. Come con il suo ultimo libro, “Prendetevi la luna”, su cui si basa per gli omonimi incontri – in Toscana i prossimi sono domani in piazza a San Casciano dei Bagni, il 26 a Villa Bertelli a Forte dei Marmi e il 30 a Fiesole. Cominciamo da come si svolgono le serate. «Non so mai cosa succederà, non ho un copione. Sono un libero pensatore: prendo spunto da ciò che ho scritto ma anche da quello che accade quotidianamente. Penso che la gente che viene a sentirmi voglia essere scossa. Sarà per via dell’età, ma le persone vedono in me un guru, il cui etimo sanscrito è molto bello perché significa “colui che ha peso”. Io non voglio essere trattato da guru, ma mi rendo conto che gli altri mi vedono così».

La sua è una voce autorevole, vista la sua preparazione. «Oggigiorno ci sono tante voci, e penso sia bene che chiunque possa parlare. La mia esperienza è lunga: ho fatto oltre 4.000 conferenze, ho risposto a 26mila lettere, ho scritto 42 libri».

Un’attività enorme. Qual è il suo segreto?

«Lavorare tutti i giorni. Ho scritto anche ad agosto. Penso di essere anche molto fortunato ad avere questa responsabilità. La gente sicuramente mi riconosce di avere un’idea chiara: ci serve il contrario di ciò che abbiamo. Non parlo di famiglia, perché nessuno ha il potere di regolamentare l’educazione che viene impartita dai genitori. Nella mia famiglia per esempio ci sono due labrador, non ho pregiudizi. Chi pretende di definire la famiglia di solito ne ha sfasciate in media tre, quindi sarebbe meglio che tacesse».

A cosa si riferisce quindi?

«Alla scuola. La prima cosa che uno Stato può fare è partire da ciò che può governare».

Nel suo libro sostiene l’importanza di unicità e ambizione. Come giudica due personaggi che possiedono entrambe le cose, ovvero Elon Musk e Mark Zuckerberg, che in questi giorni si sono sfidati?

«Il loro mi pare un mondo molto sovrastimato, che non mi dà fiducia. Non si sa bene cosa sia, anche se ha l’ambizione di cambiarci la vita. Ma chi aspira a farlo deve essere migliore di noi. Perché mai una regione come la Toscana dovrebbe imparare qualcosa da un pezzetto, pure brutto, di California? Io prendo appunti da Leonardo, non dalla Apple».

Sembra conoscere bene la Toscana.

«Sono molto legato a questo territorio, ho lavorato ad Arezzo, mio nonno ha vissuto e insegnato all'Accademia di Firenze per 40 anni, mio padre si è laureato a Firenze. E poi l’ho girata tanto per le serate».

La Toscana è una terra legata al turismo, lei è un viaggiatore. Che differenza c’è tra le due cose?

«L’attitudine: il viaggio include il rispetto. Altrimenti è solo trasporto animali. Se vieni a visitare Firenze non puoi urinare sulla statua di Dante. Ci vuole desiderio di capire dove sei, in quale cultura sei approdato. Nel libro parlo della trasformazione antropologica che hanno subito le città come Firenze con il turismo, con l’affitto degli appartamenti solo a turisti che ha trasformato i centri in dormitori. Dal sindaco in giù sono responsabilità che vanno affrontate».

Concludendo sul tema centrale delle serate: quando abbiamo cominciato a scansare le responsabilità?

«È avvenuto gradualmente e consapevolmente quando abbiamo cominciato a fare soldi. Da quando la nostra economia, negli anni ‘60, ha cominciato a tirare. Perché se un popolo passa da essere miserabile e ignorante a essere miliardario e ignorante, c’è un problema».
 

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