Il Tirreno

L’intervista

Monica Guerritore alla Versiliana: «Così voglio far rivivere la grande Anna Magnani»

di Gabriele Rizza
Monica Guerritore
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Monica Guerritore

Ecco lo spettacolo che anticipa il suo film: «Nannarella? Era giusto riportarla alla sua dimensione di donna e attrice amata dalla gente»

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Come nasce un film? Monica Guerritore, che conosce le regole della passione e del coinvolgimento, partendo dal palcoscenico, suo terreno di elezione, si è posta la domanda prima di mettere a fuoco sullo schermo il progetto dedicato a Anna Magnani, a cinquant’anni dalla morte. La risposta Monica la racconta a teatro, prima di iniziare le riprese fissate per il prossimo aprile, lungo un tour “promozionale” partito dalla Pergola di Firenze, che stasera (sabato 19) fa tappa alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, fra gli appuntamenti più attesi del festival numero 44 firmato da Massimo Martini.

È il suo debutto dietro la macchina da presa, un primo ciak speciale, a suo modo rivoluzionario.

«Mi sembrava giusto riportare Anna Magnani alla sua dimensione autentica, quella di una donna, prima che di una attrice, amata dalla gente, dal popolo. Che doveva essere sì il terminale della ‘visione’ ma anche una sorta di guida, di testimone privilegiato dello stato dell’arte. Gli spettatori diventano così parte attiva del progetto, nel senso che li metto a parte del percorso, e quello di un film è molto più accidentato e complesso di uno spettacolo teatrale, per poi drammatizzare la sceneggiatura, come un copione già definito ma flessibile al tempo stesso, di cui ascolto il respiro, le vibrazioni, le emozioni che suscita sul pubblico. Sono queste le piccole epifanie, ogni volta diverse, di cui faccio tesoro e che mi danno la temperatura, il senso dell’inquadratura, il ritmo del montaggio, la profondità di campo, il dinamismo da imprimere alle scene».

Che Magnani vedremo?

«Nannarella non ha bisogno di presentazioni, icona indiscussa del neorealismo, la prima attrice italiana a vincere l’Oscar come miglior interprete nel 1956 per “La rosa tatuata”, il film scritto da Tennessee Williams e diretto da Daniel Mann. Semmai sorprende che finora, a cinquant’anni dalla morte, non sia stata ricordata come avrebbe meritato. Anna vive nel chiaroscuro di una esistenza, una quotidianità, una umanità segnata dal dolore e dalle delusioni personali come dai trionfi e dai riconoscimenti professionali. Anna è una donna mai doma ma sofferente, forte ma vulnerabile, è un’anima travagliata, il suo sguardo aperto, la sua famosa risata, a un certo punto diventa cupo, ombroso persino ostile».

Ma perché cambia?

«E’ accaduto qualcosa. Ecco, è forse questa ferita, che diventa una feritoia nella quale proietto la mia lente di ingrandimento, la differenza che fa di Anna Magnani un diamante unico, illuminato da una parola che ci appartiene sempre meno, il talento. Una parola che riguarda sia la donna che l’interprete».

Lei sarà Anna Magnani. Con chi condivide questa avventura?

«Il primo è Andrea Purgatori che ha collaborato alla sceneggiatura e al quale dedico il film. Il cast non è ancora definito, saranno “facce” significative di quel contesto storico, dal 1945 al 1970, i ruoli femminili sono in parte assegnati: Lucia Mascino nei panni della mitica agente Carol Levi, l’amica Egle Monti avrà il volto di Maria Paiato mentre la fedele governante Ada sarà Alvia Reale. Resta aperto Suso Cecchi D’Amico e gli interpreti maschili per Antonello Trombadori, Fellini, Rossellini, Montanelli, con un sogno nel cassetto: avere nei panni di Tennessee William Colin Farrell o per così dire in seconda battuta, se mi si passa la battuta, Kevin Spacey».

La "Voce di Anna", il titolo che richiama l'episodio "La voce umana" di Cocteau diretto da Rossellini, avrà un'eco cronologico?

«Più che i tempi, saranno le atmosfere, i colori, le sfumature cromatiche a dettare l'ordine degli eventi. La stagione di Roma, la sua città, la Roma antica su cui riecheggiano i suoi passi, un clima magico, fortemente evocativo, poi l'alba dorata ma breve, il tono violetto della vittoria all'Oscar, e infine la luce fredda del lavoro che la delude, il cinema dei produttori e non più degli autori, il Pasolini di Mamma Roma, incompreso lui e mal vista lei, e allora il ritorno sulle scene teatrali, La lupa di Verga diretta da Zeffirelli. Fino alla parola fine, sollevato da un riconciliato Rossellini che la veglierà fino all'ultimo respiro».

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