Il Tirreno

Mare toscano sempre più blu

L’effetto della “marine strategy” sui risultati dei monitoraggi Arpat

di Giuseppe Boi
L’effetto della “marine strategy” sui risultati dei monitoraggi Arpat

Introdotta nel 2008 dall’Unione europea, la strategia applicata dall’Agenzia per la protezione ambientale diventa un successo

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Una svolta in dieci anni. Nel triennio 2013-2015 la pagella dell’Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana) attribuiva allo stato ecologico del nostro mare sette sufficienze e nove buoni. Nel 2022 i voti una sola sufficienza, quattro buoni e ben undici elevato, vale a dire il massimo. È il risultato della maggiore attenzione all’ambiente da parte delle amministrazioni e di tutti i toscani e degli stessi turisti, ma anche delle attività di marine strategy messe in campo dall’Arpat.

Il mare della Toscana, come tutti i mari che interessano le regioni europee, è soggetto a pressioni di natura umana come la pesca, la navigazione commerciale o gli scarichi industriali. Attività che possono compromettere i naturali equilibri dell'ecosistema marino. L'aumentare, nel tempo, di queste pressioni ha indotto il Parlamento europeo e il consiglio dell'Unione Europea a emanare nel 2008 la direttiva quadro 2008/56/CE. Denominata Marine strategy framework directive (Msfd), è stata recepita in Italia nel 2010. Scopo della marine strategy è che gli Stati membri cooperino fra loro per raggiungere l'obiettivo della conservazione del buono stato ambientale dell'ambiente marino, preservando la diversità ecologica, la vitalità dei mari affinché siano puliti, sani e produttivi mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino a un livello sostenibile e salvaguardando il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future. Dal punto di vista operativo, il raggiungimento di questi obiettivi è affidato alle Arpa costiere, tra cui quella Toscana.

Per mantenere o portare a un buono stato ambientale l'ambiente marino, Arpat vigila su 11 “descrittori” qualitativi che fanno riferimento a molteplici aspetti. Si va dal mantenimento della biodiversità – attraverso la qualità e la presenza di habitat nonché la distribuzione e l’abbondanza delle specie sono in linea con le prevalenti condizioni fisiografiche, geografiche e climatiche – alla vigilanza sulle specie non indigene introdotte dalle attività umane affinché restino a livelli che non alterano negativamente gli ecosistemi. Si vigila anche sullo sfruttamento entro limiti biologicamente sicuri delle popolazioni di tutti i pesci, molluschi e crostacei, nonché sul fatto che sia assicurata l’abbondanza a lungo termine delle specie e la conservazione della loro piena capacità riproduttiva. Si prosegue riducendo gli effetti delle attività umani, in particolare quelli negativi come perdite di biodiversità o degrado dell’ecosistema, e si garantisce l’integrità del fondo marino. Si osserva che la modifica permanente delle condizioni idrografiche non influisca negativamente sugli ecosistemi marini, che le concentrazioni dei contaminanti presentino livelli che non diano origine a effetti inquinanti, che i contaminanti presenti nei pesci e in altri prodotti della pesca in mare destinati al consumo umano non eccedano i livelli stabiliti dalla legislazione comunitaria o da altre norme pertinenti, che le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provochino danni all’ambiente costiero e marino e che l’introduzione di energia, comprese le fonti sonore sottomarine, siano a livelli senza effetti negativi sul mare.

L’applicazione di questi “descrittori” ha contribuito al miglioramento generale dello stato ecologico del mare toscano. In alcuni casi in modo significativo. La Versilia, ad esempio, è passata in 10 anni da sufficiente a elevato. Stesso risultato nella costa pisana e a Rosignano. Forse non è un caso se questa estate sarà ricordata come quella del record di nidificazioni di Caretta caretta e degli avvistamenti in mare di balene e delfini.


 

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