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Lo studio dell’esperto Antonio Ragusa: «Gli effetti dell’inquinamento su di noi»
I frammenti entrano nel nostro organismo attraverso tre vie: respiratoria, alimentare e mediante la pelle e gli abiti indossati
Le microplastiche lasciano tracce indelebili. Sull’ambiente, certo. Ma anche nelle persone. Lo dimostra lo studio del dottor Antonio Ragusa dell’Università Campus Biomedico di Roma e consulente di Plastic Free.
Lui, con il suo team, è riuscito a isolare e visualizzare 12 particelle di microplastiche in quattro placente umane su un totale di sei analizzate. «Abbiamo purtroppo scoperto che le microplastiche distruggono alcuni costituenti fondamentali delle cellule umane placentali, i mitocondri – spiega l’esperto – Hanno conseguenze importanti che possono determinare degli effetti a lungo termine nei bambini».
In pratica le microplastiche sono i frammenti di plastica con diametro inferiore a 5 millimetri. Più piccole ancora sono le nanoplastiche, con un diametro di 0,001 millimetri. Invisibili all’occhio umano, si diffondono in acqua, aria e suolo e sono una presenza difficile da eliminare. In Italia, anche il mar Tirreno preoccupa. Il Centro nazionale delle ricerche (Cnr) di Genova, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, esaminando gli intestini e i tessuti di oltre 300 organismi di diverse specie di pesci e invertebrati marini di cui ci nutriamo (cozze, scampi, acciughe e sgombri) ha scoperto che oltre il 35% nel Tirreno centrale aveva ingerito microplastiche. «Siamo onorati di avere nel nostro comitato scientifico uno studioso di così alto profilo come il dottor Antonio Ragusa, che vive tutti i giorni a contatto di quando nasce la vita nel reparto di ostetricia del Fatebenefratelli, in cui già emergono i problemi di inquinamento della plastica nella placenta – commenta Antonio Rancati, segretario generale di Plastic Free – Quando svolgiamo le pulizie ambientali con i nostri referenti e volontari, raccogliamo la plastica che si vede dispersa nell’ambiente, ma quella che non si vede sta già creando danni enormi. Se vogliamo garantirci un futuro, dobbiamo cambiare abitudini e smettere di vivere la natura come una grande discarica che inghiotte tutto, ma che poi ci restituisce nel nostro corpo umano».
Dottor Ragusa, come entrano le microplastiche nel nostro organismo umano?
«Ci sono tre vie di ingresso: la più importante, dal punto di vista quantitativo, è quella respiratoria. La seconda, invece, è quella alimentare: il 90% della plastica prodotta nel mondo, infatti, finisce nel mare e, quindi, nei pesci; il terzo modo è attraverso la cute, la pelle, per via degli indumenti che indossiamo».
Quali studi state conducendo al momento sull’argomento?
«Con l’Università di Modena stiamo facendo una ricerca molto interessante: coltiviamo cellule placentali umane dentro delle piastre e le mettiamo a confronto con delle microplastiche. L’obiettivo è vedere se ci sono le stesse modificazioni patologiche che abbiamo visto dal vivo. Ma, in cantiere, c’è anche un’altra ricerca che condurremo nella primavera 2024: andremo nel Mato Grosso, in Brasile e Venezuela».
Qual è il vostro scopo?
«Cercare la plastica dentro il latte delle mamme di quei posti ameni in cui speriamo che la plastica non sia ancora arrivata o, comunque, sia arrivata poco. Cercheremo di capire se la plastica è così pervicace da essere arrivata anche lì e la paragoneremo con quella che troveremo nei fiumi del Mato Grosso».
Perché?
«I fiumi sono il principale veicolo di trasporto della plastica nel mare e negli oceani. Abbiamo visto, infatti, che la maggior parte della plastica che viene abbandonata nell’ambiente è soggetta all’azione degli eventi atmosferici: il vento, il sole, la pioggia la degradano in particelle sempre più piccole che vengono trasportate nei fiumi, poi nel mare e, di conseguenza, agli esseri che ci vivono. È così che ritorna a noi».
Come possiamo difenderci dalle microplastiche?
«Ci sono due soluzioni possibili: una a livello di società, l’altra individuale».
Iniziamo dalla prima.
«Servirebbe una soluzione politica: bisognerebbe dare ai produttori di plastica la responsabilità dello smaltimento, proprio come già accade, ad esempio, con le pile. Più del 55% della plastica prodotta nel mondo è realizzata da soltanto 20 aziende: per arricchire pochissimi, stiamo distruggendo tantissimi».
E dal punto di vista individuale?
«Bisogna dire alle mamme e, più in generale, alle donne di non comprare il cibo dentro le confezioni monouso in plastica e di evitare cosmetici che contengono plastica. Sono tantissimi: dai dentifrici agli scrub per il viso. Infine, evitare di acquistare “abiti-spazzatura”, indumenti a basso costo che durano lo spazio di una stagione, perché realizzate in fibre sintetiche. Serve più attenzione e consapevolezza dei rischi.
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