Il Tirreno

Lo spettacolo

Fabio Canino torna a teatro: «Io e Muzzi, che duo»

di Gabriele Rizza
Fabio Canino torna a teatro: «Io e Muzzi, che duo»<br>

Una partita a due, scoppiettante e stravagante, scritta dallo stesso Muzzi col titolo Trovatene uno bravo

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«Andare in analisi fa bene. Una bella terapia intensiva potrebbe essere il toccasana, la chiave di volta per immaginare, se non instaurare, una nuova società, più giusta e solidale, fondata sul rispetto e il dialogo. Ma per primi, in analisi, dovrebbero andarci i politici. Che così forse capirebbero i loro limiti, scoprirebbero le loro paure, aprirebbero le loro menti e scoperchierebbero i loro armadi, con o senza scheletri, per dare un senso, una consistenza reale alle loro inquietudini. Invece di mettersele alle spalle e farle ricadere su di noi, su coloro cioè di cui dovrebbero prendersi cura. Le cronache di questi giorni sono lì a testimoniarlo».

È davvero una bella sfida, ovvero tutti in analisi per legge, terapia obbligatoria come una volta il servizio militare, quella che lancia Fabio Canino. Attore, scrittore, presentatore, ideatore di format e palinsesti, conduttore diviso fra radio e televisione («Ma in tv sempre meno, mi accorgo che a premiare è la patente politica più del talento»), uomo di spettacolo a tutto tondo, eclettico nel suo dinamismo quanto rigoroso nelle sue credenziali. Fiorentino di nascita e romano di adozione, Canino prende spunto per questa sua riflessione dal sapore fantascientifico, un canovaccio da teatro dell'assurdo, dallo spettacolo che martedì debutta in prima nazionale al Festival la Versiliana, e di cui è protagonista insieme a Andrea Muzzi. Una partita a due, scoppiettante e stravagante, scritta dallo stesso Muzzi col titolo Trovatene uno bravo (l'accentazione è bisdrucciola) che può contare sulla regia ritmica, tersa e incalzante, di Andrea Bruno Savelli, le luci di Alessandro Ruggiero, i costumi di Michele Ricciarini.

Muzzi e Canino si fanno e ci fanno delle domande che la pandemia ha acuito e sottolineato. Ci coinvolgono ogni sera nel loro gioco, fatto in sequenza di campi e controcampi. Partendo da un interrogativo epocale che tutti ci riguarda: che forma ha la vita? «Quella del ferro di cavallo – spiegano – ai due lati estremi si trovano il giovane e l’anziano. Il primo è pieno di speranza, l’anziano invece è rassegnato. È nella curva a metà che l’uomo sbanda. Si chiama crisi di mezza età. La vita scorre troppo veloce, con una sola consapevolezza, hai perso tutte le tue certezze».

Ed è così, preda di ansie e di incognite, sempre più a disagio con se stesso e con gli altri, che si sente il nostro protagonista, un uomo incapace di invecchiare e di guardarsi dentro, completamente perso. Decide perciò di rivolgersi ad uno psicologo, che sappia fargli ritrovare i punti cardinali in quel sentiero buio in cui si sta dibattendo. Sarà la strada giusta? Muzzi distilla un campionario umano molto divertente, spassoso ma non futile, solcato da una contagiosa ironia toscana che non dimentica la complessità e le difficoltà del momento che stiamo attraversando. Una comicità picaresca rilanciata dalla sintonia degli interpreti: «Con Andrea ci conosciamo da una vita – conclude Fabio – ma ci eravamo persi di vista: ritrovarsi e riconoscersi dopo tanto tempo è stata una piacevole sorpresa, che la regia di Savelli, altro amico e sodale di vecchia data, ha saputo esaltare con la sua discrezione, la sua tranquillità che ci fatto sentire liberi di esprimerci, senza condizionamenti o interferenze».

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