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Teatro

BarLume e “Pillole di me”, Alessandro Benvenuti si confessa: «Ringiovanisco recitando»

di Claudio Marmugi
BarLume e “Pillole di me”, Alessandro Benvenuti si confessa: «Ringiovanisco recitando»

L’artista fa il punto dei suoi primi cinquant’anni di carriera, iniziata nel 1972 col “Teatrino dei Giancattivi” ed esplosa come autore nel 1987

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Pillole di sé. Parafrasando il titolo del nuovo spettacolo di Alessandro Benvenuti, “Pillole di me”, presto a Livorno, in Fortezza Vecchia, il 23 luglio (ticket su www.fortezzavecchia.it. a 20 euro), il grande commediografo, attore, regista, sceneggiatore e musicista di Pelago, Firenze, classe 1950, fa il punto dei suoi primi cinquant’anni di carriera, iniziata nel 1972 col “Teatrino dei Giancattivi” ed esplosa come autore nel 1987 con “Benvenuti in casa Gori” (scritto in coppia con Ugo Chiti). “Pillole di me”, che ripercorre in una sorta di “The best”, la sua carriera teatrale – con monologhi tratti dai suoi capolavori come “Il mitico 11” (scritto per Novello Noveli) o “Gino detto Smith e la panchina sensibile” – è l’occasione per tracciare un bilancio, in questa intervista, dei “molti, tanti, centomila Benvenuti” che hanno popolato la televisione, il cinema, il teatro – da “Non Stop” ai “Delitti del BarLume”, passando per l’ovest di Paperino (e non solo).

Benvenuti, ci può raccontare cos’è questa nuova opera?

«“Pillole di me” è un esperimento ed è anche un progetto che io covavo da tempo e che ho messo in atto anche grazie alla volontà di alcuni direttori artistici (tra cui Luca Menicagli della Fortezza Vecchia di Livorno) che mi hanno invitato nei loro spazi a fare qualcosa di inedito per quest’estate. E ho pensato che riunire tutti i pezzi più comici dei monologhi che ho scritto negli anni sarebbe stata una cosa interessante. Dal primo, “Il Mitico 11”, all’ultimo, “Panico ma rosa”. Ma ci sono anche estratti di “Me medesimo” (pensato per Bobo Rondelli e interpretato poi da Andrea Cambi). Se lo vogliamo dire facile, “Pillole di me” è una raccolta di hit comiche legate ad aneddoti personali. Se lo vogliamo raccontare difficile, lo spettacolo è una lezione di comicità dove l’Io Attore racconta l’Io Autore».

Si diverte ancora a recitare in teatro?

«Tantissimo. In particolare in questo nuovo lavoro. A “Comicopoli” da Katia Beni mi son sentito leggerissimo, letteralmente ringiovanito a portare in scena questo spettacolo. Riscopro testi miei che, mi sono accorto, non hanno tempo. È una garanzia comica per lo spettatore ma, per me, è il puro divertimento di raccontarmi come autore. Molta della comicità di oggi è basata sull’attualità, ma “attualità” non vuol dire “modernità”. Mi sono accorto che dei miei monologhi di trent’anni fa non hanno un tempo, sono fuori moda, ma anche fuori di testa. E questa è una cosa positiva. Il “fuoriditestismo” esisterà sempre, finché ci sarà una testa. Se si lavora sulla filosofia del vivere, sugli archetipi dell’essere umano e non sulle mode, si può essere moderni davvero, perché quando sfuma l’effimero resta la semplicità complessa dell’animo umano. Questa è la sorpresa più bella che mi ha dato “Pillole di me”. Riscoprire testi miei attualissimi oggi me li fa apparire quasi eterni. Mi fa vedere, nel mio lavoro, il comico che cerca umorismo nel tempo e nel dolore per creare una zona di conforto mentale utile in ogni epoca per sopravvivere».

Come si combina in lei, autore in continuo fermento, la serialità del BarLume?

«Nel BarLume, oggi, io sono in pace. Sto bene. Dopo tanti anni sento la fiducia intorno a me, di tutti, dei due splendidi registi Roan Johnson e Milena Cocozza, dei “Bimbi” (il trio formato da Athos Davini, Marcello Marziali e Massimo Paganelli che con Benvenuti diventa quartetto), ai quali voglio molto bene e per questo mi diverto ad inventare cose con loro e per loro, con amore diffuso, a perfezionare dettagli, ma non per me, per il mio gusto comico, ma per la resa della scena, dell’insieme globale. E questa cosa mi fa sentire in uno stato di grazia, da almeno due anni a questa parte. Mi sento personaggio a tutto tondo, non macchietta. Questo è un piacere intellettuale che appaga, nella serialità. Che poi, diciamolo: Emo è un po’ il mio babbo. È la parte più furiosa e rabbiosa del carattere vero del mio babbo (che poi era già in Gino Gori della Trilogia dei Gori), e questo re-interpretarlo nella finzione, mi fa molta tenerezza. Capisco che sia forse difficile per un altro regista vedermi, adesso, in un ruolo diverso da questo, ma io sono estremamente innamorato del mio Emo e ci sto bene dentro».
 

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