Il Tirreno

Plastic free

Foche, tartarughe marine e gli effetti dei palloncini

di Giuseppe Boi
Foche, tartarughe marine e gli effetti dei palloncini

Liberati in aria, prima o poi cadono e in mare sono scambiati per cibo

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Vederli volare è uno spettacolo. Con tutti i loro colori. Con tutti i significati che gli attribuiamo noi uomini. Liberare in aria i palloncini è diventata una consuetudine. Per celebrare momenti felici: come un compleanno o una festa per la vittoria di una competizione sportiva. O anche per momenti dolorosi: liberarli nel cielo è diventato un modo per dire addio a una persona scomparsa, soprattutto se di tenera età. Tuttavia tutto ciò che viene mandato in aria prima o poi ritorna giù. E cadendo i palloncini non solo inquinano, ma sono pericolosi per gli esseri viventi. In particolari per i pesci e gli altri animali marini. Una volta in mare, vengono confusi per cibo e finiscono per essere mangiati. Tra i più ghiotti di palloncini vi sono le tartarughe. Così si ripetono i casi di caretta caretta morte, o salvate dai volontari, per averli ingeriti.

«Secondo uno studio pubblicato da Ocean Conservancy, i palloncini sono al terzo posto tra i rifiuti più pericolosi per foche, tartarughe e uccelli marini», rivela Antonio Rancati, segretario generale di Plastic free, associazione di volontariato nata nel 2019 con un doppio scopo: informare e sensibilizzare più persone possibili sulla pericolosità dell’inquinamento da plastica; spiegare come, con semplici gesti alla portata di tutti, si possa dare un proprio contributo ecologico.

«Diverse ricerche scientifiche spiegano che la plastica morbida che compone i palloncini, se ingerita da un animale, ha 30 volte più possibilità di uccidere rispetto alla plastica dura come quella delle bottiglie», prosegue Rancati. Pesci e animali marini rimangono abbagliati dai colori vivaci e tendono a ingerire i palloncini. Il risultato sono seri danni allo stomaco e blocchi intestinali. In pratica, gli animali muoiono di fame con lo stomaco pieno.

«Si tratta di una minaccia molto più frequente di quanto non si immagini – sottolinea Rancati –: durante una ricerca portata avanti dalla università di Wales Swansea, nel Regno Unito, i pezzi di palloncino costituiscono l’80 percento dei rifiuti trovati all’interno lo stomaco delle tartarughe marine analizzate. È inevitabile che quello che vola in alto, torna indietro. Spesso in occasione di feste e commemorazioni i palloncini vengono liberati nell’aria. Bisogna chiedersi però dove vanno a finire. Ritornano giù, disperdendosi nell’ambiente e trasformandosi in una minaccia letale per gli animali».

«Non solo – prosegue il segretario generale di Plastic free –: la pratica di liberare palloncini in cielo è anche un enorme spreco di elio, una risorsa non rinnovabile (nel 2014, il dipartimento degli Interni degli Stati Uniti aveva stimato che sulla Terra ci fossero riserve di elio sufficienti per circa 117 anni ancora, ndr). L’elio, infatti, non è usato solo per gonfiare palloncini, ma ha il ben più importante utilizzo di raffreddare i magneti superconduttori degli scanner per le risonanze magnetiche. Il suo uso medico è dunque importante per la salute umana».

La proposta di Plastic free per sensibilizzare sulla problematica e doppia. Da una parte l’informazione e l’educazione ambientale: «Durante le feste è possibile proporre ai più piccoli di sostituirli con le bolle di sapone. In una ricorrenza speciale, o durante una celebrazione, è preferibile piantare un albero o adottare virtualmente una tartaruga invece di far volare i palloncini. Si tratta di un gesto concreto e gentile nei confronti del Pianeta che può avere un impatto emotivo maggiore sulle persone».

Dall’altra quella di intervenire sui comuni per delle ordinanze sui palloncini: «Non un una restrizione sull’utilizzo, la produzione o la vendita. Ma un divieto di volo». In pratica i Comuni che aderiscono alla campagna di Plastic free sanzionano chi li disperde in aria. E fanno altrettanto con chi disperde altri materiali inquinanti usati, senza tener conto dei rischi, per festeggiare. Come nastri colorati, lanterne cinesi, coriandoli di plastica.

Dallo scorso mese di settembre hanno aderito alla campagna della onlus ambientalista 32 Comuni italiani. Uno di questi è anche capoluogo di Provincia: Ferrara. I rispettivi consigli comunali hanno adottato delibere o ordinanze apposite, non tanto per vietare ma per sensibilizzare. Nessuno nella nostra regione. Quale sarà il primo Comune toscano?

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