Il Tirreno

L’intervista

L’allarme della dottoressa dei delfini: «Nel nostro mare c’è troppa attività dell’uomo»

di Luca Balestri
L’allarme della dottoressa dei delfini: «Nel nostro mare c’è troppa attività dell’uomo»

Letizia Marsili, docente di Ambiente paladina dei cetacei e del mare

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«La situazione del mar Mediterraneo non può cambiare. Il nostro mare è stressato dalle attività antropiche, che invece di diminuire stanno addirittura aumentando» dice Letizia Marsili. Professoressa di Ecologia all’Università di Studi di Siena, collabora con l’Arpat e la Regione Toscana all’Osservatorio toscano per la biodiversità. Nel corso degli anni si è guadagnata l’appellativo di “dottoressa dei delfini” e, più in generale dei cetacei e del nostro mare. «È il mare più surriscaldato del mondo: il cambiamento climatico è allarmante – spiega –. Nel sud del Mediterraneo ci sono dei veri e propri ecosistemi marini nuovi, dove le specie di pesce erbivore tradizionali sono sostituite da specie invasive, come il pesce coniglio. Anche i cetacei soffrono del cambiamento del Mediterraneo».

Qual è la situazione dei cetacei oggi nel nostro mare?
«Li studio dal 1980 e, nonostante le regolamentazioni fatte per proibire la produzione e l’utilizzo di alcuni contaminanti, quando vengono analizzati si trovano sempre gli stessi livelli di contaminazione. Ma queste non sono l’unico rischio al quale i cetacei sono sottoposti».

Quali sono gli altri rischi?
«Sono multipli, e gli stress subiti di conseguenza. I rischi maggiori provengono dal cambiamento climatico, ovviamente. Ma ce ne sono altri: per esempio il disturbo acustico, causato da diversi fattori. Si pensi alle perlustrazioni delle navi petrolifere, o alle esercitazioni militari».

Il cambiamento climatico rimane comunque il fattore che più stressa gli animali.
«A causa del cambiamento climatico, come diminuisce il pescato per gli esseri umani, si riduce anche per i cetacei, che se ne cibano. E quando i cetacei aprono la bocca per catturare le loro prede, si nutrono anche di microplastica, di cui il nostro mare è pieno. Questo porta questi animali ad avere un elevato rischio di conservazione per il futuro, dato che introducono dentro di sé dei “tossici”».

Cosa si intende con “tossici”?
«Quando si parla di tossici ci si riferisce a una grande cocktail di sostanze nocive per l’organismo animale, che si accumula lungo la catena alimentare, arrivando all’apice e colpendo quindi anche i cetacei. Dalla seconda rivoluzione industriale in poi sono state sintetizzate dalle settantamila alle centomila sostanze sintetiche, conosciute solo in piccola parte. Gli elementi dai quali provengono queste sostanze, oltre alle microplastiche, sono, tra gli altri: pesticidi, farmaci, idrocarburi, metalli pesanti».

Come si può rendere la pesca sostenibile?
«L’aumento di consumo pro capite annuo è passato dai nove chili del 1963 ai ventun chili del 2023. I mari non possono darci tutto il pescato che richiediamo. Per questo stiamo utilizzando la maricoltura».

Quindi come si può garantire il pescato necessario al consumo umano?
«Con gli impianti di itticoltura, per esempio. I pesci vengono fatti crescere in delle gabbie e quando raggiungono una certa dimensione vengono commercializzati. Questo serve per garantire il pescato all’uomo».

Come si tutela la salute dei cetacei mentre cercano cibo?
«Prendiamo ad esempio i delfini. Quando cercano le prede possono scontrarsi con l’operato dei pescatori, danneggiando le reti, ferendosi, o addirittura rimanendovi incastrati e quindi morendo. Noi abbiamo insegnato ai pescatori a usare i pingers, dei dispositivi acustici di dissuasione da usare quando il delfino si avvicina alla rete, in modo da disturbarlo e mandarlo via, senza ferirlo e senza rovinare il pescato».

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