Sicurezza
L’aumento di temperatura dell’acqua sconvolge l’intero ecosistema marino
Parte dall’isola d’Elba e dalla Toscana l’allarme lanciato dal rapporto “Mare caldo” di Greenpeace e Università di Genova
È innegabile: negli ultimi anni tuffarsi in mare non è la stessa cosa. Forse ai più freddolosi farà anche piacere, ma i brividi causati dall’impatto con l’acqua non sono più quelli di un tempo. La nostra epidermide lancia un allarme, che non riusciamo a capire o non vogliamo ascoltare. Il nostro corpo immerso nell’acqua salata ci segnala che la sua temperatura è aumentata. L’organismo umano, unito ai nostri ricordi, ci dà il polso del cambiamento climatico. E i nostri bagni sono la prova provata degli studi sugli effetti del riscaldamento globale. Come il rapporto “Mare caldo” di Greenpeace Italia, un progetto condotto dalle ricercatrici del dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita (Distav) dell’Università di Genova, per monitorare gli impatti della crisi climatica sui mari italiani. Il rapporto conferma un aumento generalizzato delle temperature e dà un numero preciso: due gradi in più in tre anni di analisi dei dati. Una variazione che può apparire minima, ma che ha conseguenze evidenti sulla flora, la fauna del Mediterraneo ed è una causa dell’intensificazione degli eventi climatici estremi.
In meno di tre anni
Quei due gradi in più, peraltro, sono stati registrati nel nostro mare. Nei primi tre anni del progetto “Mare caldo”, Greenpeace e Università di Genova hanno analizzato oltre un milione di dati di temperatura raccolti da sensori posizionati a una profondità tra i 10 e i 15 metri. I termometri sottomarini sono stati via vai posizionati in nove aree di studio: dalla Liguria alla Sardegna, dalla Puglia a Trieste. Le prime due aree di studio, quindi le uniche per le quali si dispone di tre anni di dati, sono molto vicino a noi. Una è nell’area marina protetta di Portofino. L’altra è all’isola d’Elba. E sono proprio i sensori nel mare del versante settentrionale elbano ad aver registrato le maggiori anomalie termiche: tra giugno e settembre 2022 due gradi centigradi in più a 10-15 metri di profondità rispetto alle medie mensili degli anni precedenti.
Già visibili gli effetti
Nel mare dell’isola d’Elba i ricercatori hanno già riscontrato gli effetti dell’aumento di temperatura dell’acqua marina. Lo “scoglio napoleonico” è, insieme a Capo Carbonara in Sardegna, l’area dove si sono osservati i maggiori impatti sulle gorgonie. Le piante di corallo nel mare elbano sono in evidente sofferenza. In particolare la madrepora Cladocora caespitosa, di cui è aumentata la frequenza di mortalità. Tutti effetti attribuibili al riscaldamento delle acque che, peraltro, sono rilevabili anche in altre aree inserite nel rapporto “Mare caldo”. A Capo Carbonara il 50 per cento delle colonie di gorgonie rosse hanno mostrato segni di necrosi. Sul versante adriatico, nell’area marina protetta di Miramare, a Trieste (la più a nord della rete del progetto) sono stati registrati eventi di moria di massa del mollusco bivalve pinna nobilis. Nelle aree marine protette più meridionali è stato registrato il maggior numero di specie termofile, ossia adattate ad acque calde, il cui potenziale aumento, unito alla diffusione di specie aliene, potrebbe portare a un impoverimento delle comunità autoctone.
Più caldo e più pericoloso
«L’aumento delle temperature sta causando drammatici cambiamenti nella biodiversità marina, dalla scomparsa delle specie più sensibili caratteristiche del nostro mare all’invasione di altre, spesso aliene, che meglio si adattano a un mare sempre più caldo», dichiara Monica Montefalcone, ricercatrice del “Seascape ecology lab” dell’Università di Genova. «Il nostro mare sta pagando un prezzo elevato: diventa sempre più povero ma anche sempre più pericoloso, perché il calore che si accumula in mare contribuisce ad alimentare fenomeni climatici sempre più estremi – aggiunge Alessandro Giannì, responsabile delle campagne Greenpeace –. Gli effetti della crisi climatica e delle anomalie termiche sono evidenti in tutte le aree di monitoraggio, indipendentemente dalla localizzazione geografica».
«Servono più aree marine»
Per questo Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere al governo di istituire una rete di aree marine protette che coprano almeno il 30 percento dei nostri mari entro il 2030: «Solo attraverso la mitigazione e la corretta gestione delle attività umane possiamo mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici».
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