Il Tirreno

Sound siciliano

All’Amiata Piano Festival il folk dei Fratelli Mancuso

di Luca Trambusti
All’Amiata Piano Festival il folk dei Fratelli Mancuso

Il loro spettacolo è un affascinante viaggio, un racconto tra musica e poesia della terra siciliana

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Domani, domenica 2 luglio, si conclude la 18ª edizione dell’Amiata Piano Festival 2023 che si svolge a Poggi Del Sasso (Grosseto). Sul palco alle 19 (biglietti su ticket.one) saliranno i Fratelli Mancuso, duo siciliano (di veri fratelli) che ispirandosi alla tradizione popolare musicale dell’isola ha portato la propria musica in tutto il mondo, guadagnando riconoscimenti e prestigiosi premi, tra cui nel 2021 la Targa Tenco per il miglior disco in dialetto.

Nel 1997 partecipano come attori e compongono due brani per la colonna sonora del film “Il talento di Mister Ripley” di Anthony Minghella, hanno molte altre incursioni nel cinema e nel teatro.

Il loro spettacolo è un affascinante viaggio, un racconto tra musica e poesia della terra siciliana. Enzo e Lorenzo Mancuso, travalicano i confini della musica e portano l’ascoltatore in un mondo fatto di suoni da scoprire usando la musicalità del dialetto siciliano.

La vostra storia è affascinante. La possiamo sintetizzare?

«Siamo siciliani e veniamo da un paesino, Sutera. A vent’anni siamo emigrati a Londra come operai e abbiamo per 10 anni lavorato nelle fabbriche. E lì tutto è iniziato. Avevamo, da un lato, l’esigenza di scrivere quello che stavamo vivendo e dall’altro di dare dignità a noi emigrati. E abbiamo così intrapreso un “canto necessario” con concerti per gli amici, per il sindacato. Con l’arrivo della Thatcher siamo tornati in Italia perché le condizioni di lavoro erano diventate impossibili».

E una volta in Italia?

«Siamo rientrati a Città della Pieve dove abbiamo messo in piedi il primo concerto dal titolo “Canto per una Sicilia nuova”, un racconto sulle condizioni dei contadini in Sicilia, l’immigrazione, la mafia, i missili nucleari a Comiso che avevano installato negli anni Ottanta. Ci ascoltò una ragazza tedesca, che si appassionò alla nostra proposta e ci portò in Germania. E da lì è partito un viaggio artistico che ci ha visti in Francia e poi in Spagna».

E poi?

«È arrivato il primo disco, i primi riconoscimenti e si è costruito questo canto essenziale che ci ha aiutato a essere sempre noi stessi, nelle canzoni, sul palcoscenico e quando ci incontriamo con gli altri».

Nel vostro progetto c’è sempre un legame con la tradizione musicale e popolare siciliana?

«Assolutamente. Ma non quella folklorica, quella di intrattenimento, quella del tamburello e fiscaletti, ma una Sicilia molto intima, profonda, a volte solitaria, come l’abbiamo conosciuta nel nostro paese, a Sutera. Sul palco, oltre che le chitarre, suonate degli strumenti insoliti».

Cosa sono?

«Noi raccontiamo la Sicilia attraverso le nostre canzoni e attraverso gli strumenti e in questi anni ne abbiamo scoperti e usati parecchi. C’è una ghironda medievale comprata negli anni Ottanta in Germania, c’è un saz baglama, una sorta di liuto a manico lungo, che ha sonorità e tonalità particolari, molto usato in Turchia, Iran, Persia. C’è un flauto particolare che si chiama sipsy. Usiamo anche un armonium, che in qualche modo fa una terza voce. Poi a volte c’è il violino».

Su quale parte del vostro repertorio, punterete nel concerto di domani?

«Sono tutte canzoni, composizioni nostre che abbracciano tutta la discografia, brani ispirati dal ricordo della nostra Sicilia, di quando eravamo bambini, e da quella moderna, uno spirito e un mondo che ci sono rimasti dentro e che fanno parte della nostra vita. Oltre alle canzoni ci saranno alcune parti di testi scritti da mio fratello e da lui recitati».




 

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