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Happy Days, quei giorni felici non se ne sono mai andati: i 50 anni della serie tv amata da tutti
Alzi la mano chi non ha seguito le avventure di Richie, Potsie, Ralph & C.: un libro ce le racconta
Se uno scrive un libro firmato in prefazione da Henry Winkler (e in postfazione da Max Pezzali), si capisce subito che il suo mondo ruota attorno a un juke-box. Anzi a un colpo secco che annuncia una canzone, dato che è di Fonzie, quello col giubbotto di pelle, che stiamo parlando. Della famiglia Cunningham e di tutti i personaggi che in tv anche in Italia, a partire dal ’77, ci hanno tenuto compagnia. Per 11 stagioni. Anime di un microcosmo senza tempo che nel preserale tv, ora decisamente meno cool, non s’affacciano più. Alzi la mano chi non ha seguito le avventure di Richie, Potsie, Ralph & C. Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia hanno mandato a scaffale per la bolognese Minerva “La nostra storia. Tutto il mondo di Happy Days” (pp. 448, € 23), un racconto dettagliato della celebre sit-com, cogliendo l’occasione del 50esimo anniversario della messa in onda negli Stati Uniti della prima puntata (15 gennaio 1974). «Un serissimo divertimento» il loro, che hanno ripercorso scrittura e registrazioni delle puntate, scelte della produzione, gradimento del pubblico, attori, autori, set, dietro le quinte, scovato curiosità e realizzato interviste. Ricco l’apparato iconografico che fotografa protagonisti, copioni, dischi e memorabilia da collezione. Un libro «per sognare un po’», dedicato a tutte le persone che «hanno spento il mondo e acceso la tv per entrare in casa Cunningham, sedersi da Arnold’s, camminare accanto a Fonzie». Giuseppe Ganelli, medico radiologo di Codogno, fondatore dell’Happy Days International Fans Club, è il più grande collezionista al mondo di oggetti di scena, pubblicazioni e memorabilia a tema, con i quali ha anche realizzato una mostra.
Giuseppe Ganelli, qual è il segreto di Happy Days?
«Si tratta di una serie nella quale tutti hanno potuto immedesimarsi. Raccontava la vita di ragazzi della provincia americana degli anni ’50, ma in fondo l’adolescenza, una stagione che non finisce mai. I giovanissimi si identificavano con loro, i senior con Marion e Howard Cunningham, i romantici con le prime storie d’amore di Joanie. In anni difficili – nel nostro Paese andò in onda nel pieno degli anni di piombo – era un modo per distogliersi, con i primi schermi a colori, da una realtà a tinte molto forti».
Oggi avrebbe lo stesso successo?
«Rachel nella prima puntata di “Friends” sta guardando l’ultima puntata di “Happy Days”, c’è un legame voluto, dichiarato. C’è un continuum fra le due “famiglie”, anche se una è un vero e proprio nucleo familiare e l’altra è costituita da un gruppo di amici. Sarebbe un successo, sì. Con ritmi diversi da quelli della tv degli anni ’70».
Lei, il più grande collezionista del mondo, ha realizzato anche una mostra.
«Allestita a scopo benefico a Codogno a cavallo fra il ‘21 e il ‘22, nel segno di una rinascita. L’idea, naturalmente, è quella di riproporla. Anche per condividere di nuovo l’oggetto della mia collezione e della mia passione».
Di quanti pezzi parliamo?
«1.439 quelli certificati nel 2018. Ad oggi siamo sui 2.000».
Ha conosciuto il cast, in più occasioni. Il momento più emozionante?
«La prima volta, per ovvie ragioni, alla reunion dei 30 anni, nel 2005. Ma anche a Milwaukee, nel 2008, quando ho preso la parola a nome dei fans di tutto il mondo alla cerimonia d’inaugurazione della statua di bronzo dedicata a Fonzie».
Come è nata l’idea del libro?
«Circa tre anni fa io ed Emilio a una cena, a Roma, abbiamo cominciato ad accarezzare l’idea di scrivere un libro su questa vicenda, che poi, abbiamo verificato, a livello mondiale nessuno mai aveva scritto».
Emilio Targia, giornalista e scrittore, caporedattore a Radio Radicale, è il coautore di questo libro. Ha scritto di sport, musica, costume e politica. Tra i suoi libri, “Tutti pazzi per Rita – Le mille vite di Rita Pavone” (Rizzoli, 2015), “Quella notte all’Heysel” (Sperling & Kupfer, 2015-2022), “Il miglior mondiale della nostra vita” (Reality Book, 2022).
Emilio Targia, perché scrivere la summa di Happy Days?
«Perché ci siamo accorti che era una storia che stava appesa al cielo, che avrebbe polarizzato l’interesse di più di una generazione. Non volevamo realizzare un instant book. Ci abbiamo dedicato tre anni e siamo riusciti a condensare in circa 500 pagine le 800 della prima stesura. Con tutte le curiosità, le schede, il backstage, le interviste, dedicando un capitolo a Robin Williams che a Happy Days deve il suo esordio».
Progetti?
«Organizzeremo un Happy Days Party, in gennaio, nel 50esimo anniversario dalla data della prima messa in onda negli Stati Uniti, e il prossimo 4 luglio su Italia Uno alle 19 andrà in onda uno speciale. Stiamo poi organizzando incontri estivi con alcuni degli autori».
Curiosità?
«Ci sono spunti divertenti, ricordati nel capitolo “Forse non tutti sanno che”, e testimonianze di personaggi del mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, da Arbore a Lucio Battisti, sul loro rapprorto con Happy Days».
La ricetta di un successo immortale?
«Ci sono ingredienti tecnici ed emozionali: è scritto bene, la qualità del prodotto è eccellente, come la regia. Marshall poi, era di origini italiane, il suo cognome viene da Chieti, Masciarelli, c’è molto del genio italico in Happy Days. C’è sentimento, gli interpreti erano e sono rimasti una famiglia anche fuori dal set. Il successo si deve al fatto che “Happy Days” incarna il diritto alla felicità, una cosa che risale a Jefferson e a Roosevelt, se vogliamo, e quindi è in qualche modo funzionale a un bisogno del popolo americano. Garry Marshall diceva: «La vita è durissima, “Happy Days” è la ricreazione».
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