Sicurezza
Abissi senza distinzioni di censo
Di fronte alla morte prevalgano la pietà e un eguale rispetto
Non sono un marxista, ma mi suggestiona l’idea di un materialismo dialettico del mare. La letteratura di mare ha raccontato nei millenni – in egual misura – il lato poetico, raffinato ed estetizzante del mare e il suo lato tenebroso, atroce e assassino.
Davanti al mare si può vivere la pace, l’amore, l’armonia, oppure, in un improvviso rovescio del destino, l’incubo, il terrore, l’orrore. Dipende da che parte della vita ci si ritrova.
Nei fondali dei mari del mondo sono morti in questi ultimi giorni migranti in cerca di una terra dove trovare speranza e dignità, e uomini ricchi in cerca di avventure ed emozioni forti. Qualcuno ha detto che i disgraziati al largo del Peloponneso non sarebbero mai stati aiutati con lo stesso dispiegamento di mezzi dei pochi ricchi in perigliosa gita turistica intorno ai relitti del Titanic. Forse è una sciocchezza, forse no. Ma intanto il mare non ha fatto distinzione di censo, e ha inghiottito tutti in egual modo, incurante della filosofia sulla giustizia terrena.
C’è chi nel mare ci va con costumi e tute griffate e chi con pochi stracci sporchi. C’è chi prega disperato un Dio per arrivare vivo all’altra sponda, e chi, sul mare, sperimenta il lusso e la ricchezza. Poi, però, non sempre le cose vanno per il verso giusto. Come in questo caso. Ovviamente i morti sono tutti uguali, ma i vivi no. E non è odio di classe: è storia, è realtà.
Al mare c’è chi beve cocktail da terrazze con viste mozzafiato e chi tira reti nottetempo su piccoli pescherecci o vende pareo e teli sotto il solleone, col corpo disidratato e il cuore in affanno. La chiamano retorica, lo chiamano populismo. Ma intanto anche nel mare e nei suoi dintorni valgono le leggi del “padrone e sotto”, degli “uomini e no”, della “miseria e nobiltà”. Il mare è di tutti, ma non per tutti il mare è la stessa cosa. Dopodiché nemmeno i ricchi sono immuni dalle inesorabili leggi degli abissi.
La storia del mare è storia di contrasti: battaglie navali e feste pacchiane, barconi rovesciati e vacanze sugli yacht, annegamenti e tuffi agostani, naufragi e amici sul pedalò, fatiche di pescatori e poesie scritte in ville ottocentesche, affondamenti e corpi avvinghiati d’amore nell’acqua calma.
Facile sarebbe – e forse non sarebbe nemmeno così sbagliato – fare una classifica delle tragedie, una graduatoria del dolore, dire che ci sono morti e morti, e che non tutte le tragedie hanno la stessa sostanza morale.
I ricchi nel sommergibile e i poveri del barcone non hanno lo stesso peso sulla bilancia della giustizia sociale, e questo nessuno può contestarlo. Ma l’umanità ci perde, a fermarsi a questo stadio primitivo del sentire. Noi umani diventiamo colossali quando, arrivati a questo punto del materialismo dialettico, sentiamo come un’elevazione. È il momento – colossale, ripetiamo – in cui l’essere umano si supera, e riesce ad avvolgere ogni vicenda in un superiore sentimento di pietà. Perché finché si è stati vivi le differenze sociali ed economiche sono state anche offesa e umiliazione. Poi però, quando viene meno il respiro e l’acqua riempie i nasi e i polmoni, sempre in quel momento deve prevalere la pietas, che non è negazione del conflitto di classe, ma il riconoscimento di un eguale rispetto per chi affronta in agghiacciante solitudine – come tutti quanti – la più estrema delle prove della vita.
*scrittore
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