La manifestazione
Indiani di Toscana, a Campi Bisenzio un museo che non ti aspetti
Sin dal Medioevo Campi è una località dal dna agricolo. Citata da Dante e con importanti edifici, mura e ville, cela un piccolo tesoro
Il viaggiatore inquieto giunge alla città di Campi Bisenzio (Firenze) portando dentro di sé un grumo oscuro, dovuto sicuramente a questa strana primavera che troppo spesso nasconde la sua luce, il suo sole. È l’autunnale maggio, come lo aveva chiamato Pasolini. E, dunque, il pellegrino la cerca negli abitati che attraversa, la luce necessaria.
Campi è adagiata nella piana tra Firenze, Prato e Pistoia. Il suo nome già nel Medioevo denunciava la condizione dell’abitato: quel raccogliersi di terre destinate allo sfruttamento agricolo, a rifornire le città di tutto ciò che era necessario per la vita.
Nonostante questo Dna agricolo, Campi ha molti oggetti ed edifici artistici che attendono il viaggiatore. Uno è certo la bella terracotta della Madonna con bambino, che una volta si trovava su un muro del parco di villa Rucellai, e che ora è stata trasferita in altro luogo, per motivi di sicurezza. Alcune altre architetture notevoli sono certo la Pieve di Santo Stefano, risalente al decimo secolo. Ma anche la bella Chiesa di Santa Maria, di poco successiva. Interessanti sono ancora il Palazzo del Podestà, e la bella Rocca Strozzi con le Mura Castellane, che ci raccontano la lunga storia militare di Campi, che si è faticosamente snodata tra l’età di Dante, il Rinascimento e l’epoca moderna.
Ma Campi è poi voluta entrare da par suo anche nella modernità, affidando, negli anni Sessanta dello scorso secolo, a un architetto come Giovanni Michelucci la creazione della nuova Chiesa dell’Autostrada del Sole, che poi ha fatto scuola tra i novissimi.
Se vogliamo andare a cercare tra le fonti nobili, troveremo che Dante cita Campi nel 16° canto del Paradiso. Boccaccio, addirittura, lo supera, e cita una frazione dell’abitato, Capalle, in una sua epistola. D’altronde, il grande novelliere toscano aveva già ambientato in queste zone una delle novelle sue più fascinose, quella che vede apparire Federigo degli Alberighi (è la nona novella della decima giornata).
Se ci avviciniamo ancora ai nostri tempi, vediamo poi che il maledetto toscano Curzio Malaparte cita Campi nel suo eccezionale romanzo “La pelle”, e in altri luoghi. Ma alla fine della fiera (come si direbbe da queste parti), noi siam venuti a Campi non solo per tutte queste cose.
Siam venuti anche perché, è forse incredibile a dirsi, ma qui a Campi c’è un importante, piccolo museo dedicato alla cultura dei Lakota Sioux.
Chi se la immaginerebbe, infatti, una cosa del genere, a queste latitudini?
Gli indiani americani sono stati lentamente espulsi e cancellati dalla storia di quell’esteso paese, che ancora oggi vuole essere a capo dell’ordine mondiale. Andate infatti a guardare, nella quotidiana vita statunitense, la situazione degli indigeni locali, sì, proprio quelli che aiutarono i padri fondatori a restare in vita, e vedrete che non hanno nessuna voce in capitolo.
Colpisce allora il fatto che proprio qui a Campi è nata anni fa un’associazione culturale, l’associazione Wambi Gleska, che vuole mantenere stretti legami con le culture tradizionali degli indiani nordamericani.
L’Associazione organizza dei viaggi presso le comunità tradizionali degli indiani d’America, e ha a disposizione del viaggiatore che qui arriva alcune sale che contengono molti oggetti e simboli appartenenti a quelle culture.
Come è noto, le culture originarie degli Stati Uniti hanno poi avuto, nel corso del ‘900, un ruolo di profondo richiamo. Molti autori, per esempio, della Beat Generation, come Allen Ginsberg, hanno cercato di narrare l’altro volto, quello nascosto, della storia Usa. Lo stesso Jim Morrison, poeta, prima ancora di darsi alla musica, e dar vita ai Doors, racconta di essersi trovato, bambino, nel luogo in cui era stato ucciso in un incidente stradale un vecchio indiano. E, dice Morrison, lo spirito di quell’uomo era entrato dentro di lui. Già.
È proprio questo, infatti, il punto. Quello spirito originario è stato schiacciato da parte degli uomini che spostavano sempre più ad occidente la frontiera. E deve essere adesso recuperato, in qualche modo. Carlos Castaneda per scrivere la sua tesi di laurea in antropologia se n’era andato al sud, a cercare quello spirito. Noi siamo qui, in queste stanze del museo Lakota, a Campi. Chiunque lo cerchi può trovarlo in via Mentana 38A. E, per fissare una visita, può inviare un’email all’indirizzo alex@alessandromartire.it. Buona immersione nella cultura Sioux, a Campi.
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