Il Tirreno

L’arte in dialogo tra Fontana e Giacometti

di Sabrina Carollo
L’arte in dialogo tra Fontana e Giacometti

A Firenze due grandi del Novecento

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Le figure sottili, evanescenti ed essenziali di Giacometti tra le sculture tondeggianti del ciclo delle nature di Fontana – i palloni, come l’artista stesso amava definirli – di fronte alla Giuditta e Oloferne di Donatello, sullo sfondo delle pareti blu e oro della sala dei gigli. La mostra “La ricerca dell’assoluto”, aperta fino al 4 aprile in alcune sale del museo di Palazzo Vecchio è un interessante esperimento che mette in relazione tempo e spazio grazie al dialogo tra alcune delle massime espressioni che l’arte ne ha dato. È una mostra che parla di aspirazioni a una dimensione altra, di interrogativi aperti, di quell’inquietudine mistica che attraversa l’uomo di ogni tempo, e lo fa attraverso l’espressione artistica più concreta, più terrena, ovvero la scultura.

Un po’ frastornati di fronte a tanta grandezza, si assiste a un contrappunto estetico e filosofico tra gli uomini filiformi di Alberto Giacometti, la cui opera esistenzialista è esposta per la prima volta a Firenze in uno spazio pubblico, e la rotondità pesante dei lavori di Lucio Fontana, in uno scambio costante, ricco di chiasmi ed echi, intenso, materico. L’opulenza rinascimentale del palazzo dei Medici accoglie il mistero astratto e profondamente spirituale dei due maestri novecenteschi, per sottolineare come non esista un confine temporale e schematico nelle varie espressioni artistiche bensì una coralità di intenti, modulati in modo differente ma coerentemente armonici.

«La verticalità di Giacometti che si stende tra terra e cielo – anche le sue figure più piccole hanno basamenti altissimi, quasi a sottolineare il collegamento tra basso e alto – è la stessa espressa dalle opere di Fontana, dei tagli che bucano verso una dimensione immateriale, dei meteoriti che paiono caduti dallo spazio», commenta Chiara Gatti, direttrice del Man di Nuoro e curatrice della mostra. Due artisti coevi, che anche se non si incrociarono effettivamente hanno espresso nei loro lavori la stessa ansia di infinito, «lo spirito del tempo», come lo ha definito la curatrice, un tempo in cui il ricordo ancora bruciante di due conflitti mondiali è mescolato all’entusiasmo che ha preceduto l’era in cui l’uomo ha camminato sulla luna per la prima volta. Nell’essenzialità delle forme, portate al segno primario di linea e sfera, Giacometti e Fontana parlano la medesima lingua, quella della vita dell’uomo e del suo senso, del significato più intimo della sua presenza sul pianeta, cercando proprio nella materia la risposta alla domanda più inafferrabile e immateriale, quella più sacra.

«Se Picasso è considerato il Giotto del XX secolo, e Duchamp il Leon Battista Alberti, Donatello e Masaccio corrispondono a Giacometti e Fontana, perché hanno prodotto una rivoluzione non prevista», spiega Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento e ideatore dell’esposizione. «Ho sognato questa mostra venticinque anni fa: figure esili, quasi laviche che camminavano tra meteoriti caduti a terra. Essere riuscito a concretizzare un simile progetto onirico, utopico, come questo, è per me molto importante». E per approfondire i temi dell’esposizione di palazzo Vecchio, nel Museo Novecento è allestita fino al 13 settembre la mostra “L’origine du monde”, con quasi novanta opere tra disegni, dipinti e sculture di Fontana dal 1946 agli ultimi anni di attività del maestro italo argentino. Il titolo, che evoca il quadro di Gustave Courbet che tanto scandalo fece all’epoca, è stato scelto per sottolineare la forza generatrice espressa dalle opere in mostra, fatta di idealità e concretezza, allusiva alla forza femminile capace di generare, appunto, l’intero cosmo.
 

A Firenze fino al 24 settembre i volti dell’invisibilità e del silenzio nella selezione dei dipinti di Kami

È un bel colpo quello messo a segno da Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento, che per la prima volta a Firenze, aiutato da Stefania Rispoli, presenta una significativa selezione di opere di Kami (nato a Teheran nel 1956 negli anni 80 si trasferisce a New York dove attualmente risiede) raccolte nel titolo "Light, Gaze, Presence", dislocate, oltre che nella sede del Museo Novecento, anche in Palazzo Vecchio, agli Innocenti e San Miniato al Monte.

«"Dopo Tony Cragg - spiega Risaliti - un altro artista ha raccolto il nostro invito a confrontarsi con il patrimonio storico artistico della città; ora come Jenny Saville anche Kami mette al centro del suo lavoro il ritratto, di cui è uno straordinario interprete, cercando di restituire attraverso la pittura il profondo segreto dell’anima dei suoi modelli che solitamente sono suoi amici, conoscenti e familiari. Il fatto che molti di questi volti appaiano con gli occhi chiusi, ci induce a porci in silenzio di fronte a loro, invitandoci a una più lenta contemplazione, per entrare in sintonia con la spiritualità in essi racchiusa».

«Dipingendo un viso - dichiara l’artista - quello che cerco di ottenere è la sensazione che ho di esso, l’esperienza di quel volto che passa attraverso molti strati di pittura e alla fine appare sempre un po’ sfuggente, come se non potessi arrivarci».

Sono dipinti realizzati a partire da fotografie scattate ad amici o sconosciuti, frutto di una gestazione lenta che rende queste rappresentazioni vere e proprie apparizioni, che vanno ben oltre la semplice rappresentazione per farsi icone di una perenne, quanto inconscia, condizione esistenziale. Presenti e assenti al tempo stesso, le figure di Kami sono immerse in una dimensione che sembra non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità, ma che rimanda a un altrove, a un luogo che è memoria o evocazione dell’aldilà.

«La luminosità resa dalla pittura rarefatta, così come l’esperienza dell’immobilità e del silenzio - conclude Risaliti - hanno la capacità di attrarre a sé l’osservatore, suscitando sensazioni intense, come un senso di placida contemplazione al limite della trascendenza».

Pittore dell’invisibilità, Kami si offre ai visitatori fino al 24 settembre.

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