Toscana
Marmo abbagliante, la grande bellezza alle cave di Carrara da dove si ammira l’intera Toscana
Celebrate anche da Dante Alighieri, le creste bianche delle Alpi Apuane si aprono su scorci di verde intenso e lo sguardo si perde
Il viaggiatore assorto arriva in questi nostri giorni a Carrara come potrebbe arrivare in un altro universo.
Il territorio di Carrara è infatti l’estremo lembo a nord dell’intera Toscana: osservando più avanti la regione finisce, si apre lo sguardo sulla fiabesca Lunigiana, che introduce nella molteplice Liguria.
L’abitato di Carrara non è certo piccolo, se conta ai nostri giorni più di sessantamila abitanti. Nemmeno il suo territorio lo è, visto che parte dalla costa, dalla Marina di Carrara, fino a inerpicarsi sugli scabri monti delle Apuane.
Ma uno solo è il punto che a noi qui interessa in realtà: le cave. Sono quelle che rendono a Carrara una fama mondiale, da sempre, e che ne fanno un posto unico fra tutti. Le cave, infatti, con il loro colore d’avorio assoluto, che sembra quasi accecare per la sua purezza e la sua potenza, sono visibili da molto lontano, come un miracolo, o una visione, e sembrano proprio degli altri mondi.
L’importanza di queste pietre era già abbondantemente nota agli antichi. Già nei tempi etruschi e anche precedenti, infatti, queste pietre bianchissime avevano attratto la fantasia degli uomini, e il loro cuore. Lo ricorda Dante stesso, che fa cantare nel suo grande poema i mille sensi di questi luoghi al mitico aruspice etrusco Arunthe, che era già uno dei protagonisti del poema di Lucano, Pharsalia. Il sacerdote etrusco narra, nel ventesimo canto dell’Inferno, le piene asperità di questi monti che sono difficili da conquistare, ma che poi, all’arrivo, regalano al viaggiatore ben due visioni di beatitudine. Una è la visione all’interno, verso le profondità del bianco assoluto delle sue pietre, e l’altra la visione verso l’esterno, quella che dalle creste delle Apuane digrada dolcemente verso il basso e verso il grande blu del mare della Toscana del nord.
Oltre questo limite, come dicevamo, si apre la terra dei Liguri, con tutto il suo pericoloso precipitare verso gli strapiombi sull’acqua. Attraversare le cave di Carrara è dunque come attraversare tutta la commedia divina del gran poeta, alla ricerca della beatitudine. E le grandi colonne naturali del marmo luminoso spingono quasi le ginocchia a piegarsi in un riconoscimento della meraviglia, in una sorta di preghiera per tutto ciò che è bello e toccante.
Il movimento intorno alle cave è fatto di silenzio e solitudine, di stupefazione e di senso quasi religioso. Lo riconosce, in un qualche modo, lo stesso strano e difficile motto latino della città di Carrara, che arriva ai nostri giorni da chissà quale azzurra e chiara lontananza. “Fortitudo mea in rota”, recita infatti il misterioso latino di quel motto urbano. “La mia forza è nella ruota”.
Ma cosa vorrà dire? Qual è la misteriosa ruota a cui il motto accenna? Ma certo, non può che essere la ruota lignea dei carri con cui, già in antico, gli uomini portavano via grandi pezzi del marmo delle cave per farne opere d’arte. Ma non basta. La ruota è anche la solare, dorata ruota delle ore, la ruota delle stagioni, che si specchiano nella pietra traslucida, oppure la abbracciano con la nebbia, con le grandi umidità estive, con le notti misteriche e silenziose.
Grazie alla maturazione dovuta a quelle stagioni, da sempre le pietre di Carrara sono trasmutati in oggetti di memoria e di culto per generazioni di uomini. Qui la trasmutazione alchemica non è dunque dei metalli, ma delle pietre, delle ossa del mondo. Ancora adesso ci si può aggirare per queste pietre, cercando di vedere con gli occhi del cuore le opere d’arte in esse contenute, che si trasformano continuamente in altre forme, in altre essenze. Metamorfosi infinite delle ossa dei monti. Dal bianco abbagliante si può poi guardare verso il verde intenso delle macchie che si aggrappano fino alle cave, per poi buttare in basso lo sguardo fino ai golfi, ai seni dei litorali ultimi.
Certo, volendo si può poi visitare anche l’abitato che dà il nome alle cave, con tutto il suo complesso tessuto di edifici, come pure perdersi per l’altro abitato, quello di Massa. Ma no, non era questo il nostro intento principale. L’intento principale restava infatti quello di vedere tutta l’immensa bianchezza, e di riportare alla memoria tutto il bello che essa, nel tempo, ha regalato all’umanità. E poi, da qui, voltarsi indietro e guardare alle nostre spalle, sotto la nostra ombra, tutta l’intera Toscana che scende in giù verso le maremme, e si stende quasi fino a Tarquinia, poi alla finale Roma. Possiamo così ripercorrerne tutta la sovrumana bellezza, in un silenzioso colpo d’occhio di felicità.
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