Il Tirreno

I nostri consigli

Arte da riscoprire, i quadri di Levy e le foto di Maier: le mostre di Firenze e Siena

di Gabriele Rizza
Due delle opere di Rudolf Levy nella mostra di Palazzo Pitti a Firenze
◗
Due delle opere di Rudolf Levy nella mostra di Palazzo Pitti a Firenze

Palazzo Pitti la retrospettiva del pittore tedesco perseguitato e morto ad Auschwitz

4 MINUTI DI LETTURA





Il polo degli Uffizi, nell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti a Firenze, omaggia il pittore espressionista tedesco Rudolf Levy, con una grande retrospettiva che attraverso 47 dipinti copre tutta la sua attività raccontandone la tormentata esistenza, dagli anni giovanili fino a quelli dell’esilio, tra cui gli ultimi trascorsi proprio a Firenze, in fuga dal regime nazista, lui ebreo, e considerati i più prolifici dal punto di vista artistico, prima di essere arrestato e deportato ad Auschwitz dove morirà nel febbraio 1944.

Il giovane Levy (era nato a Stettino nel 1875) inizia a dipingere in Germania sotto la guida di Heinrich von Zügel (uno dei fondatori della Secessione di Monaco) per poi trasferirsi a Parigi, dove frequenta l’atelier di Henri Matisse. Dopo la Grande guerra va a vivere a Berlino ed è qui che nel 1922 realizza la sua prima personale. Con l’avvento del nazismo e le persecuzioni contro gli ebrei, Levy lascia la Germania dando inizio a una serie di peregrinazioni che lo porteranno in Spagna, Francia, Stati Uniti, Dalmazia, per poi approdare nel 1938 in Italia, Ischia, Roma e nel 1941 a Firenze, installandosi a Palazzo Guadagni in piazza Santo Spirito.

«Il Terzo Reich aveva “cancellato” la sua produzione, marchiandola come “arte degenerata” – sottolinea il direttore degli Uffizi Eike Schmidt – mentre i suoi lavori presenti nelle collezioni dei musei tedeschi andarono in larga parte trafugati o dispersi: è dunque per noi un dovere morale ricordarne l’opera, il suo magistero artistico e la tragica vicenda di cui fu vittima». In un succedersi di nature morte, paesaggi e ritratti segnati da un acceso cromatismo, l’esposizione si articola in tre sezioni, partendo dalle opere giovanili dominate dall’influenza di Henri Matisse, prosegue con un nucleo di quadri che ancora dialogano con il maestro francese ma anche con le altre avanguardie storiche, si chiude negli anni dell’esilio, dal 1933 al 1943, ospitando alcuni pezzi mai esposti finora in Italia, provenienti da collezioni private e pubbliche, soprattutto tedesche. Infine, è dedicato un approfondimento agli oggetti appartenuti all’artista, come fotografie e lettere, che insieme a cataloghi e documenti ufficiali, offrono una testimonianza preziosa sulla sua vita.

La mostra si sposterà nell’autunno a Kaiserslautern in Germania. Curata da Camilla Brunelli, Vanessa Gavioli, Susanne Thesing, Klaus Voigt, e accompagnata da un catalogo edito da Electa, resta aperta a Firenze fino al 30 aprile.

La fotografa in soffitta

Il nome di Vivian Maier è salito alla ribalta dopo la sua morte nel 2009 e dopo che da un classico baule conservato e dimenticato in soffitta è sbucato fuori un ciclopico archivio fotografico, un corpus di immagini di straordinario valore documentario e di magistrale umanità narrativa, composto da oltre 120mila negativi, pellicole super 8 e 16mm, varie registrazioni audio più centinaia di rullini non sviluppati. Molto è stato detto e scritto su di lei (anche un documentario si è messo sulle sue tracce) ma forse molto ancora resta da chiarire. Per saperne di più su questa figura di fotografa sui generis, nata a New York nel 1926, poi trasferitasi a Chicago dove per quarant’anni visse mantenendosi facendo la baby sitter, una puntata a Siena può essere utile.

Perché sotto il titolo “Riflessi, specchi e ombre nella straordinaria arte di Vivian Maier”, i Magazzini della Corticella del Santa Maria della Scala, ospitano una copiosa selezione (96 per l’esattezza) dei suoi autoritratti, che certo formano una “panoramica” della sua identità (o forse della sua volontà di farsi conoscere e riconoscere come artista) ma anche un trabocchetto, un giocare a nascondino fra sviste e apparizioni dove Vivian si vede per caso, o si intravede, semi nascosta, di profilo, inafferrabile, da intercettare, un po’ come faceva quel vanitoso giocherellone di Hitchcock nei suoi film.

Curata da Anne Morin insieme a Loredana De Pace, la mostra ripercorre l’opera della ormai celebrata (ma sempre avvolta da un alone di mistero) “tata-fotografa” che, attraverso la sua Rolleiflex, e poi anche con la Leica, trasporta i visitatori per le strade di New York e Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza assenza di una artista inquieta (oltre le apparenze) che con i suoi “selfie” cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante. Vivian Maier, consapevole del mulinello che vuole instaurare con l’eventuale osservatore, usa mille stratagemmi per collocare sé stessa al limite tra il visibile e l’invisibile, il riconoscibile e l’irriconoscibile. I suoi lineamenti sono sfocati, qualcosa si interpone davanti a loro o li rimanda altrove, si apre su un fuori campo o si trasforma davanti ai nostri occhi. Il suo volto ci sfugge ma non la certezza della sua presenza nel momento in cui l’immagine viene catturata, spesso riverberata da uno specchio, uno strumento fondamentale del suo lavoro, a sua volta frammentato, deformato o moltiplicato all’infinito, come una attrazione da luna park. Fino al 16 marzo.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web