Il Tirreno

Arte

Lassù ad ammirare i mosaici da sogno del Battistero di Firenze

di Gabriele Rizza
Lassù ad ammirare i mosaici da sogno del Battistero di Firenze

I visitatori sui ponteggi del restauro

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Il Battistero di Firenze si rimette all’opera e riprende la via del restauro. Senza per questo limitare il flusso dei visitatori. È da poco finito l’intervento sulle facciate interne (un lavoro rivelatosi particolarmente complesso iniziato alla fine del 2017 e interrotto più volte a causa della pandemia) che sono tornate visibili nella loro piena e smagliante bellezza, compresi i magnifici mosaici dell’abside realizzati con una eccezionale varietà cromatica di tessere vitree e materiali preziosi, tra cui spicca, unico esempio fra quelli noti, il corallo. Adesso il Battistero aspetta l’avvio del cantiere che, a partire dall’inizio di febbraio, interesserà gli oltre mille e duecento metri quadrati di superficie a mosaico della cupola.

Alta tecnologia

Un intervento per la cui messa a punto si è ricorsi a una operazione di montaggio di alta tecnologia ingegneristica. Il risultato è ora una sorta di avveniristico fungo in acciaio, un congegno caratterizzato da corridoi e passerelle aeree, una struttura ai limiti della fantascienza cinematografica, che permetterà di eseguire l’imponente restauro ma che, al tempo stesso, permetterà di portare i visitatori in alto, così da specchiarsi vis à vis in questa rete di colori, intarsi e sfumature, in questo intreccio raffinato e ammaliante di figure e narrazioni, insomma di poter ammirare da vicino, come non accadrà più in un prossimo futuro, uno spettacolo unico al mondo.

Cinque anni di lavori

Comunque non c’è fretta, perché i responsabili dell’Opera di Santa Maria del Fiore – che promuove l’intervento – valutano in almeno cinque/sei anni il tempo necessario per portare a termine l’impresa. Impresa davvero maiuscola sia sotto il profilo artistico che sul piano tecnico scientifico, in grado di riportare all’originale splendore le “immagini” che impreziosiscono e rendono unico quello che il cittadino Dante Alighieri definì il “mio bel San Giovanni”, che di Firenze è il monumento più antico. «Il cantiere che a febbraio aprirà i battenti – spiega l’architetto Samuele Caciagli – sarà una struttura costituita da una colonna centrale, con appoggio a terra, e da strutture orizzontali collocate a circa 15 metri da terra. A partire dalla base della cupola, il ponteggio verrà strutturato su tutto il perimetro. Lo stesso verrà innalzato sino a coprire tutte le superfici interessate dalle lavorazioni di restauro».

Marmi e mosaici

Prezioso scrigno marmoreo dal disegno ottagonale, dominato dal fantasmagorico padiglione della cupola mosaicata, il Battistero si conferma “in tutte le sue parti misurato e condotto perfettamente”, secondo il calzante giudizio che ne dette Giorgio Vasari. Tempio religioso e monumento civico al tempo stesso, il Battistero nel corso del Medioevo vide crescere la sua fisionomia artistica, grazie allo sforzo congiunto della Chiesa e della Città, rappresentata dalla facoltosa Arte di Calimala, partendo dal pavimento di marmi intarsiati, al cui centro sorgeva il perduto fonte battesimale, grande vasca marmorea citata dallo stesso Dante, e dove ancor oggi si legge “Qua vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili”.

Meraviglie viste da vicino

E appunto cose mirabili si profilano nei prossimi anni agli occhi degli “escursionisti”. L’avveniristica impalcatura percorribile dal 9 febbraio diventa una lanterna magica. Un ascensore per il paradiso, sulla scia di quanto ha scritto Annamaria Giusti: «Completate le preziose incrostazioni marmoree si ritenne necessario che avessero degno coronamento nella cupola rimasta spoglia, e lo si fece scegliendo di rivestirla di mosaici. Fu una sfida audace per una città che di questa complessa e laboriosa tecnica era digiuna, una tecnica prediletta nei battisteri paleocristiani dei quali quello fiorentino voleva apparire degno erede. Verso il 1225, secondo la data iscritta nella scarsella del battistero, i lavori presero avvio, probabilmente ricorrendo a mosaicisti venuti da fuori e alle fornaci già attive altrove, specializzate nella preparazione dei vetri policromi. Ma ben presto gli artefici fiorentini seppero conquistare piena autonomia, e a fine secolo tutta la superficie della cupola si era ammantata della scintillante veste musiva, che ai lati della scena del Giudizio finale narra su quattro registri le Storie della Genesi, di Giuseppe ebreo, di Cristo e del Battista».

Sui ponteggi di oggi, coi restauratori, i tecnici, gli studiosi, gli storici dell’arte, saliranno i turisti, i visitatori, il pubblico. Su quelli di allora si avvicendarono più generazioni di artisti, fra i quali l’immenso Cimabue.
 

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