Il Tirreno

Riflettori sull'arte

Manifesti e rifiuti, la rivoluzione pop di Mimmo Rotella

di Adolfo Lippi
Manifesti e rifiuti, la rivoluzione pop di Mimmo Rotella

Alla galleria Oblong di Forte dei Marmi le provocatorie opere dell’artista calabrese

4 MINUTI DI LETTURA





Una delle eccellenze di Forte dei Marmi è la galleria Oblong di viale Carducci. Qui, fino al 31 gennaio, è ospitata la mirabile mostra di Mimmo Rotella, guru dell’arte contemporanea, artista che nella Pop art, con i suoi manifesti strappati dai muri, trionfò in Europa e negli Stati Uniti diventando un punto di riferimento di quello che si chiamò Nuovo realismo europeo.

La galleria Oblong è di proprietà di Paola Marrucci e dell’ex senatore Massimo Mallegni. Ne possiedono anche una a Firenze e un’altra a Dubai, dove la mostra di Rotella poi verrà spostata.

Perché guru Rotella? Perché da autentico rivoluzionario trasformò persino rifiuti e materiali riciclati in totem universali, intuendo assai bene come il capitalismo, sorto negli anni dopo la guerra, capitalismo arrembante e invasivo, imponeva alla società prodotti di consumo, auto, elettrodomestici, rock and roll, cinema persino letteratura che conquistavano l’intero spazio visivo e l’intero immaginario. L’ondata lunga dei prodotti, degli oggetti significanti (che già Duchamp aveva portato in arte) piombava nei caffè romani di piazza del Popolo – Rosati e Canova – dove si riunivano pittori, poeti, registi.

Non erano più i tempi dei caffè letterari come il fiorentino Giubbe Rosse dove Croce e Montale si dilettavano di idealismo tedesco ed ermetismo. Roma era un vulcano esplodente. Nascevano giornali come l’Espresso con le sue roventi denunce contro la speculazione edilizia, furoreggiavano le pellicole neo realiste con Rossellini, De Sica, Comencini. I giovanotti di Rosati, che erano Tano Festa, Franco Angeli, Mimmo Rotella, Turcato e D’Orazio, coccolati da critici d’avanguardia come Palma Bucarelli e Giulio Carlo Argan, allora non sopportavano più l’arte figurativa delle tele, che già Lucio Fontana a Milano aveva strapazzato e tagliato.

Ma seguendo le provocazioni trovarono altri modi, dividendosi dai tradizionalisti come Renato Guttuso che spaccando il “fronte unito delle arti” (su indicazione di Togliatti) si portò verso una pittura didattica sulla scia di Diego Rivera e Siqueiros, dipingendo per “far capire il popolo”.

Rotella non era di quest’avviso. Egli, con altri, capì che gli anni 50 subivano un’invasione barbarica di cose, manifesti, pellicole, e che il reale si poteva percepire prendendolo dov’era, sui muri delle città, nelle discariche, tra i rigattieri. Così Rotella inventò, grazie a un’illuminazione zen, i manifesti pubblicitari, ne fece dei decollage che subito entusiasmarono i nuovisti. Per tale maniera egli fu invitato negli Stati Uniti, a Kansas City. Ragazzo calabrese, era nato a Catanzaro, fu travolto dall’americanismo. E tornato a Roma si disse che ne parlava così tanto da spingere un regista come Steno a rappresentarlo con Nando Moriconi (attore Alberto Sordi) nel film “Un americano a Roma”.

Ma la sua eccezionale passione all’arte lo incoronò con una serie di esposizioni, tutte coronate dal successo, da Milano a Londra, da Parigi a New York. A Parigi, incontrando il critico Pierre Restenay, aderì poi al gruppo di Yves Klein, Spoerri, Tinguely, Cesar, Arman. Sulle composizioni di Rotella iniziarono quindi ad apparire corde, tappi di bottiglia, pezzi di stoffa, ceste di vimini, unendolo al discorso celeberrimo che faceva anche un altro eccezionale pittore italiano, Alberto Burri. Le sue scelte pagarono: fece mostre a Buenos Aires, New York, in Messico. Nel frattempo nell’universo artistico prese ad imperare con Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, la Pop art, e Rotella ne fu definitivamente consacrato.

Cinquanta delle sue opere, i famosissimi manifesti lacerati e ricomposti, vengono ora ospitati da Oblong a Forte dei Marmi. È una prima anticipazione perché seguirà nel prossimo anno una più ampia rassegna.

Cosa si può vedere e capire? Nelle luminosissime sale della galleria fortemarmina, ben introdotti da due angeli custodi che sono Sara Arigoni e Barbara Paganini, il senso della collocazione artistica di Rorella è ben completato e corredato. I manifesti alludono ad icone del cinema e non solo che dopo gli anni 60 divennero, da Marlene Dietrich a Marilyn Monroe, apparizioni sacre con le quali furono stordite intere generazioni. Nella mostra di Rortella infine c’è anche l’opera “The assassination of Kennedy” realizzata con i giornali dell’epoca della morte del presidente degli Stati Uniti utilizzando la tecnica del riporto fotografico su tela emulsionata.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

L'approfondimento
Bolkestein

Spiagge, indennizzi: così verranno risarciti i balneari che perdono le aste – Come si calcola il valore da rimborsare

di Matteo Tuccini