Il Tirreno

Il personaggio

La vita, i romanzi e ora il palcoscenico: Daniel Pennac parla a tutti – Video

di Lorenzo Carducci
La vita, i romanzi e ora il palcoscenico: Daniel Pennac parla a tutti – Video

Lo scrittore oggi autore teatrale in questi giorni è in tournée a Pistoia: «Collego sogni, realtà e creazione»

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Settantotto anni da compiere il primo dicembre, vissuti in giro per il mondo, ma ancor prima in giro per storie e racconti. La geografia di Daniel Pennac naviga libera nell’anima e a bordo della parole raggiunge gli emisferi dell’arte e dei sogni.

Quelli che abitano i suoi romanzi, e da qualche anno anche gli spettacoli teatrali portati in scena assieme a Compagniemia, in questi giorni in tournée a Pistoia (al teatro Funaro, da lui definito «la mia famiglia e il mio paradiso teatrale») e che alternando tappe in tutto lo stivale lo riporterà in Toscana a fine mese, al teatro di Fucecchio.


Lo scrittore non sta mai fermo, risponde alle domande passeggiando, si prende lunghe pause e si prende anche poco sul serio, mescola senza filtri la vita col teatro. «Sul comodino accanto al letto tengo il libro dei sogni di Fellini, è il mio dio cinematografico – dice Pennac – perché ha sempre collegato tra loro sogni, realtà e creazione». Non è un caso che lo spettacolo, diretto da Clara Bauer sulla base dei suoi scritti e interpretato con Pako Ioffredo e Demi Licata si chiami “Dal sogno alla scena”.

«Tutto è nato quando una notte sognai il mio amico Stefano Benni che operava Maradona – così Pennac racconta la genesi dello spettacolo – Al mio risveglio ho trovato i miei compagni di scena che piangevano per la sua morte, tanti altri mi hanno chiamato per dirmi “Maestro, è morto Maradona”. Da lì infatti abbiamo concepito “Ho visto Maradona”, non sono tifoso né conoscitore di calcio ma l’atmosfera intorno a Diego Maradona mi ha incuriosito. Da quell’idea abbiamo sviluppato poi questo spettacolo, in cui partendo da alcuni estratti di pièce precedenti, tre attori indagano il rapporto tra la dimensione onirica e la scena».

Ma contenere Pennac in un solo argomento è impensabile. Come insegnante – professione svolta per ventotto ani – e pedagogo, rifiuta ogni discorso sull’educazione che parli unicamente delle nuove generazioni. Ha sempre confessato, non solo nei suoi libri, di esser stato un pessimo scolaro, con la sfortuna aggiunta di essere dislessico, fino al momento in cui un insegnante gli chiese di scrivere un romanzo, cambiandogli la vita. «L’educazione è il rapporto tra giovani e adulti – premette – che hanno il compito di aprire i primi alla curiosità intellettuale. E anche il “mal di scuola” non è altro che un corto circuito di comunicazione tra le due età. Per risolverlo c’è bisogno che i grandi smettano di aver paura dei piccoli e viceversa, ma che dialoghino tra loro». Da ciò che lascia intendere, più che dal digitale, non ritenuta di per sé una minaccia alla vivacità culturale, a spaventarlo è la società dei consumi, «che vede solo clienti tutti uguali».

Essendo cresciuto in una realtà multietnica – francese, di famiglia con origini italiane, nato in Marocco e dall’infanzia trascorsa nel sud est asiatico (oltre che in Africa) prima di ristabilirsi in Europa e in Francia – la diversità è un concetto che non lo lascia indifferente. «Parliamo sempre di immigrazione a livello locale quando invece si tratta di movimenti vitali di continenti e popoli – soppesa l’autore – La storia del Novecento ci insegna che gli immigrati hanno sempre ricostruito l’Europa che noi abbiamo volta volta distrutto con le guerre. Gli italiani del sud che hanno edificato gli immobili di Parigi, i polacchi nelle miniere di carbone francesi, i turchi in Germania. Del lavoro degli stranieri ne abbiamo sempre avuto bisogno, ma quando pensiamo che non ci servono più perché riteniamo di aver raggiunto una certa prosperità economica, ce la prendiamo con loro».

Un destino simile a quello di Benjamin Malaussène, il protagonista del suo celebre ciclo di racconti, “capro espiatorio di professione”. Come il fenomeno migratorio, anche il linguaggio di Pennac è universale. Il suo decalogo dei diritti del lettore, inserito in “Come in un romanzo”, alleggerisce la letteratura dalle imposizioni. Spesso è identificato come un autore soprattutto per ragazzi, mentre invece Pennac parla a tutti, come a tutti e di tutti parlano i sogni, l’arte e il teatro.

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