Il Tirreno

Il dibattito

«Non usate la Venere di Botticelli». Nella contesa Uffizi contro Gaultier, i punti di vista opposti di Sgarbi e Montanari

di Sabrina Corollo

	La Venere di Botticelli riadattata da Gaultier, in mezzo a Sgarbi (a sinistra) e Montanari (a destra)
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La Venere di Botticelli riadattata da Gaultier, in mezzo a Sgarbi (a sinistra) e Montanari (a destra)

Il museo ha diffidato la griffe che ha messo la dea su maglie e gonne. Sbagliato censurare o arte e moda vanno divise?

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FIRENZE. Se la Venere in pelliccia ha fatto la storia del costume, quella sulla maglietta rischia di andare a processo. Gli Uffizi hanno adito le vie legali contro la maison francese di moda Jean Paul Gaultier, rea di aver utilizzato senza autorizzazione la celebre immagine di Sandro Botticelli dedicata alla nascita della dea citerea e conservata nelle sale del museo fiorentino. Per la creazione della linea pret a porter “Le Musée” - magliette, pantaloni, gonne e accessori - lo stilista parigino ha utilizzato il capolavoro di Botticelli ma anche La creazione di Michelangelo e le Tre grazie di Rubens stampandoli sulla stoffa e utilizzandone le iconiche immagini per una campagna pubblicitaria in linea con lo stile irriverente della casa. Sul profilo instagram ufficiale di Gaultier, peraltro, ci sono non solo le immagini dei modelli che indossano le creazioni, definite dalla Maison stessa «pop, sexy e naturalmente audaci», ma anche un’elaborazione della nascita della Venere con il viso del couturier al posto dell’originale e la didascalia «Libertà, uguaglianza, posterità! Jean Paul Gaultier venera i capolavori più iconici dell’arte del 15°, 16° e 17° secolo – che sono diventati patrimonio visivo collettivo fin dalla loro creazione».

IL “NO ALLA CENSURA” DI VITTORIO SGARBI

Non si può mettere una censura all’utilizzo delle opere d’arte. Questa norma va cambiata». La posizione di Vittorio Sgarbi, critico e storico d'arte e presidente del Mart, rispetto al contendere Uffizi-Gaultier è come sempre controcorrente.

E allora Wharol?

«Basti pensare alle numerose rielaborazioni dell’Ultima Cena di Andy Warhol: una stretta interpretazione della norma avrebbe potuto impedirne la realizzazione». Secondo il critico, non ha senso porre un limite all’utilizzo delle immagini d’arte: «Del patrimonio universale ognuno può fare quello che vuole, certo non si può fare pura pornografia, anche se in teoria…». La questione, secondo il suo punto di vista, riguarda proprio gli ambiti di azione: «Non si possono delimitare le modalità di variazioni e di interpretazioni dell’arte; tutte le opere del resto sono rifacimenti, ispirazioni, citazioni di qualcos’altro. Non si possono fare misure di polizia sull’estetica. Allora se Bukowsky avesse sfottuto Omero cosa avremmo dovuto fare?».

Balzello legittimo

Di contro, il critico ritiene legittima la compensazione in denaro per l’utilizzo dei lavori: «È corretto pagare i diritti di utilizzo di un’immagine, quando quella è di possesso dello Stato o di un privato. Si tratta di stabilire la cifra: la riproduzione di un’immagine per un saggio, per una rivista, deve necessariamente costare poco, mentre l’utilizzo commerciale deve avere una tariffa, che può essere valutata in termini di opportunità, di caratteristiche dell’impiego. Andrebbe fatto un prontuario». Discutere di queste limitazioni gli sembra anacronistico: nella moda sono innumerevoli gli esempi di stilisti che si sono ispirati efficacemente alle opere di artisti. Come Laura Biagiotti, che nel 2014 prese le mosse dal ‘Manifesto del vestito antineutrale’ di Giacomo Balla per creare una collezione dalle linee geometriche e dai colori accesi figlia dell’estetica futurista. O ancora Vittorio Camaiani, che ha dedicato alcune creazioni a Ivo Pannaggi e proprio in questi giorni presenta una nuova collezione che riprende il lavoro di una delle protagoniste del secondo Futurismo, Regina Cassolo Bracchi. Del resto, Sgarbi si era già espresso in favore della libera rielaborazione delle immagini, basta che pagate, durante il caso ‘Pornhub’. «È giusto rivendicare il proprio diritto di proprietà, ma non la creatività. L’arte ispira altra arte, moda compresa», ha concluso lo studioso. 

LA TUTELA DELLA “VERA ARTE” DI TOMMASO MONTANARI

Tomaso Montanari, storico dell’arte, rettore dell’Università di Siena e membro del consiglio scientifico degli Uffizi, non usa mezze misure nel valutare la faccenda dell’utilizzo della Venere di Botticelli da parte di Jean Paul Gaultier.

Lo Stato vuole guadagnarci

«Se il problema non è l’utilizzo di Botticelli per fare un abito, ma l’averlo fatto senza aver pagato un balzello, significa che lo Stato si riserva di guadagnare dei soldi da un uso improprio del patrimonio artistico – prosegue – il patrimonio culturale, senza nulla togliere alla moda, è un luogo di educazione, di eguaglianza, di emancipazione da questo tipo di suggestioni del mercato contemporaneo. La battaglia dovrebbe essere fatta per non consentire di usare Botticelli per i vestiti, non per usarla dietro pagamento di una tassa al museo». Una posizione simile a quella della direttrice della Galleria dell’Accademia, secondo cui è importante tutelare l’immagine dei capolavori d’arte, ma non esattamente coincidente: «Anche l’idea di tutela dell’immagine viene mutuata dal linguaggio commerciale. Non è questione di immagine, ma di funzione, della funzione culturale, qualcosa di più profondo dell’immagine».

Creare insoddisfazione

Legittimo invece per Montanari l’utilizzo delle immagini per creare altre opere d’arte: il confine è determinato dunque, a suo parere, dal tipo di utilizzo. «Il patrimonio artistico non deve servire a fare pubblicità, le opere non sono testimonial, non devono servire a vendere oggetti – prosegue – la pubblicità crea dei bisogni che di per sé non ci sarebbero, la cultura, al contrario, deve servire a emancipare da quei bisogni, non a legare a loro. Altrimenti in questo modo finiremmo per usare il patrimonio per asservirci ulteriormente al tipo di società che abbiamo creato, e alle sue diseguaglianze. La Venere di Botticelli appartiene anche a chi un capo di Gaultier non se lo potrà mai permettere; legare le due cose vuol dire creare infelicità, insoddisfazione, frustrazione, diseducazione. Non basta pagare una tassa, non va proprio usata in questo modo». Come giudica allora il merchandising museale? «Dipende da cosa si fa: se è intelligente e fa pensare va bene. Deve essere fatto con misura. I musei non sono dei negozi».

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