Il Tirreno

Opera

Butterfly anti-pregiudizi con la direzione di Luisotti

di Ilaria Bonuccelli
Butterfly anti-pregiudizi con la direzione di Luisotti

A Londra il maestro versiliese sul podio per il capolavoro di Puccini, nel cast il soprano Maria Agresta e il tenore livornese Carlo Bosi

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LONDRA. La donna alla metà della fila S non smette di chiacchierare. Seduta nella poltroncina rossa, con un abito rosso a losanghe, diffonde opinioni su soprani, tenori, allestimenti, orchestre. Mancano pochi minuti all’ultima rappresentazione di “Madama Butterfly” alla Royal Opera house, diretta da uno dei più imporanti maestri italiani, il toscano Nicola Luisotti. È quasi mezzogiorno e mezzo di sabato primo ottobre, ma sembra quasi di essere a una prima serale. Qualcuno è in smoking (anche se qui direbbero black tie). Qualcuno ha invitato ha invitato una nuova ragazza all’appuntamento. Ci sono nonne con le nipoti, signori con il cappello e la barba bianca. Tutti sembrano perfetti per questo teatro di stucchi dorati e velluti.

Puccini è amatissimo. Lo ama il direttore musicale del teatro, sir Antonio Pappano che per dirigerlo spesso invita Luisotti, considerato uno dei più sensibili interpreti del repertorio italiano. Non è un titolo. Appena Luisotti entra nel “golfo mistico” (la buca) per l’ultima recita, insieme agli applausi del pubblico, scatta la reazione dell’orchestra: per il direttore versiliese battono i piedi, il tributo più fragoroso. Quasi rischioso prima della recita. Ma i componenti dell’orchestra si fidano. Luisotti li dirige da anni. E questo allestimento di Butterfly risulta davvero speciale. Non è solo per la scelta di non truccare più di bianco il volto di Butterfly, per contrastare i pregiudizi razziali. O per il servitore nero di Cio cio san. Ci sono le voci, intanto. Alcune italiane, straordinarie. Lei, Cio cio san, Madama Butterfly: Maria Agresta, soprano contesa dai più grandi teatri che qualcuno ha avuto anche potuto ascoltare al festiva Puccini di Torre del Lago. Luisotti l’ha diretta in molte produzioni. In questa con particolare soddisfazione. Il pubblico glielo riconosce in questa produzione. Al momento degli applausi non si risparmia.

Applausi. E fischi. Già un’ondata inaspettata di “boo”, poi la pioggia di fischi, appena il tenore, Joshua Guerrero, esce alla ribalta. Un’accoglienza incomprensibile. Come la sua reazione, quasi attesa. Un atteggiamento di sfida: Pinkerton a gambe leggermente divaricate, mani che invitano ad aumentare la contestazione. Un attimo di sospensione. Poi lo scrocio degli applausi. Un rompicapo che va sciolto. La spiegazione è semplice. E bella. Che calza anche con l’accoglienza freddina riservata all’ingresso in palcoscenico, per i ringraziamenti, a Carlo Bosi, tenore di Livorno: in questa produzione è Goro, il sensale che procura la sposa a pagamento (Butterfly, appunto) a Pinkerton. Bosi è bravo, perfetto nel ruolo, eppure gli applausi non nascondono una certa freddezza. Non è contestazione. È arrabbiatura. È così il pubblico anglosassone: spontaneo, sa di infanzia mai dimenticata. Se sei cattivo, non me lo dimentico alla fine dello spettacolo. E ti faccio capire che mi stai antipatico. Quindi Goro e Pinkerton sono i cattivi, perciò si meritano una “censura”. Un avvertimento del tipo: “Vi teniamo d’occhio. Non ci dimentichiamo che è tutta colpa vostra”. Un gioco di ruolo netto.

A volte, bisognerebbe, davvero (potendo) andare più spesso all’estero ad ascoltarci i nostri grandi. Per vederli attraverso gli occhi e le sensibilità altrui. Per riscoprirli secondo visioni diverse dalla nostra che si sente depositaria dell’unica interpretazione possibile. Perciò capiremmo alcuni sorrisi che capitano anche durante Madama Butterfly che è un dramma ma che, come la vita, può essere attraversata da situazioni buffe, magari per caso. Perché questo non deve accadere nell’opera?

E forse chi è così intelligente, senza filtri, da andare a uno spettacolo a mezzogiorno, lo capisce meglio. E si accorge anche di come di anno in anno una stessa orchestra, uno stesso direttore fa scoprire sfumature nuove nella stessa opera: «Non è che cambia la partitura, ovviamente o che si scoprano elementi nascosti – dice Luisotti – ma è semmai il contrario. Studiando e studiando le partiture di Puccini e di Verdi sono io che mi scopro diverso. Intraprendo un viaggio all’interno di me stesso, che mi porta a notare sfumature che in precedenza, per mancanza di maturità, non potevo afferrare. Durante questo percorso sono i miei occhi a essere cresciuti , si sono sensibilizzati e leggono quello che già c’era e io non vedevo. Rendendo possibile che con l’orchestra, coi cantanti riusciamo nella nostra missione: suscitare emozioni, creare bellezza. Per dimenticare quello che di brutto nel mondo nel mondo. Almeno per un momento». Fino al prossimo finale che non ci farà mai dire: “È vero. Questa opera l’ho già vista tante volte”.

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