Attenzione
Firenze ritrova Moore
In città due monumentali sculture dell’artista inglese e una mostra sull’esposizione del ’72 a Forte Belvedere
«Mai come qui, collocata davanti a San Miniato al Monte, ho capito il profondo significato di quest’opera». In questa dichiarazione di Sebastiano Barassi, head of collections della Henry Moore Foundation, è racchiuso il senso del progetto “Henry Moore in Florence”, grazie al quale due opere dell’artista inglese vengono esposte una sul sagrato dell’abbazia, l’altra in piazza della Signoria, fino al 31 marzo.
La relazione – intensa, intellettuale e affettiva – dell’artista con la terra di Toscana, e quella delle sue opere con la città di Firenze, è approfondita e resa evidente dalla collocazione di questi due lavori in due luoghi fortemente simbolici della città: osservare la dinamica con cui le sue opere dialogano con l’ambiente e in particolare come il “Family group” entra in relazione con la chiesa alle sue spalle – specchio di un pensiero capace di mettere l’umanità al centro del fare e del vivere – è la rappresentazione plastica di una ricerca che coinvolge chi crea e chi guarda e che si esprime al suo meglio nello scambio, nel dialogo.
Una reciprocità sottolineata anche dalle parole di padre Bernardo, priore dell’abbazia, che per la prima volta ha concesso lo spazio antistante la basilica per ospitare un’opera d’arte: «Il rapporto che si crea tra la facciata della chiesa e questa scultura la fa sembrare quasi come se fosse stata presente qui da sempre. Quello che non dice l’edificio lo dice l’opera, e viceversa». Ed effettivamente colpiscono la perfezione armonica di proporzioni e colori che si stabilisce tra i due capolavori, in un rispecchiamento ideale filosofico ed estetico. «Un dono di grande umanesimo e universalità per la città», lo ha definito Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento e curatore dell’allestimento insieme a Barassi. Iniziata nel 1934, l’opera fu completata tra il ‘48 e il ‘49, quasi concomitante con la nascita dell’unica figlia dell’artista, Mary Moore, e metaforicamente da lei ispirata: «Quest’opera è in qualche modo parte della mia vita, e sono molto colpita dal modo in cui i tre personaggi della ‘famiglia’ dialogano con le tre figure del mosaico della facciata. È commovente ammirare l’opera in questo contesto», ha concluso Risaliti.
A cinquant’anni di distanza dalla storica esposizione di Moore al Forte di Belvedere, che ha segnato fortemente l’immaginario artistico dell’epoca con le sue opere monumentali affacciate sui tetti rossi della ‘culla del Rinascimento’, il progetto celebra l’artista inglese con questa doppia esposizione che unisce idealmente l’anima spirituale e quella laica della città e la abbraccia interamente con lo sguardo. Al centro di piazza della Signoria, la seconda opera, “Large Interior Form” del 1953/4 indaga il contrasto tra il pieno e il vuoto con una scultura non figurativa, allungata e in torsione dinamica, con due ampi varchi che consentono di attraversarla con lo sguardo. Si riconferma anche con quest’opera quindi la ricerca di una dialettica con l’ambiente circostante, come ha commentato Risaliti: «Le sculture che presentano dei ‘buchi’ si offrono alla reciprocità con ciò che le circonda, mettendosi in una relazione speciale con il paesaggio; in piazza della Signoria, la scultura innesca un dialogo sofisticato con i grandi monumenti presenti nella piazza, in particolare con il “Ratto delle Sabine” del Giambologna”».
Il percorso espositivo proseguirà poi giovedì prossimo (22 settembre) con l’inaugurazione di “Back to Moore. Forte Belvedere 1972” in sala d’Arme di Palazzo Vecchio, dove verrà allestita fino al 3 ottobre una selezione di immagini storiche relative alla mostra di allora, provenienti dagli archivi personali di alcune delle tantissime persone che affollarono gli spazi del Forte in quell’occasione. Oltre cento immagini inviate dai privati a seguito dell’appello lanciato dal Museo Novecento, per rivivere quell’evento storico. «Moore considerava quella del Forte Belvedere l’esposizione più importante della sua carriera», commenta ancora il curatore della Moore Foundation. «Ci lavorò con passione a lungo, a dimostrazione di un grande amore per la città». Ricordare quell’evento, a mezzo secolo di distanza, con questo specialissimo progetto è un modo per celebrare l’artista ma anche chi venne ad ammirarne le opere, e per far conoscere Moore alle nuove generazioni, creando così un dialogo non solo con la storia di Firenze ma anche con il suo futuro.
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