Sicurezza
«Le mie fughe in Versilia»: Vanzina e quelle estati di “Sapore di mare”
Il regista ospite a Montecatini Terme: «Oggi i giovani non si divertono, si sballano»
Il Diario diurno raccontato da Enrico Vanzina, ospite numero 119 della rassegna “Acqua in bocca (ma non troppo)” domani (sabato 3) alle 16,30 nello scenario dello stabilimento termale Tettuccio di Montecatini Terme. Regista, sceneggiatore, scrittore, giornalista, figlio del grande Steno, uno dei fondatori della commedia italiana e fratello dell’indimenticabile Carlo. Quel “Sapore di mare” soprattutto quando settembre fa capolino è difficile non sentirlo fra le labbra. «Il film “Sapore di mare” è l’unico che ho fatto leggermente autobiografico – commenta –. È un’estate di ragazzi che stanno ancora aspettando cosa succederà nella vita. Conosco molto bene il mondo delle vacanze. Erano gli anni Sessanta e villeggiavo a Castiglioncello, la sera scappavo e andavo con la vespa fino in Versilia, in Capannina e alla Bussola di Focette. Forte era bellissima anche se Castiglioncello era il posto più figo del mondo, c’era tutto il cinema italiano. Una sera ero partito per andare ad ascoltare Mina, al ritorno col serbatoio vuoto mi ritrovai a trascorrere la notte su una panchina al porto di Livorno. I miei chiamarono quasi l’esercito; allora c’erano i gettoni e le cabine telefoniche, ma non avevo più soldi e non potevo avvisarli».
Quanta malinconia c’è in “Sapore di mare”?
«C’è la malinconia nel finale, ma non solo. È un film sul tempo. Che fa vedere a distanza di vent’anni cosa succede di un innamoramento e di una passione giovanile che poi riemerge. Fai un bilancio della vita di una persona che hai conosciuto tanto tempo prima, di un rapporto che è andato male, e ti chiedi, perché non hai insistito. Il motivo per cui non sei andato fino in fondo. C’è anche la malinconia di cos’erano i ragazzi di una volta, in loro c’era la componente fondamentale che era un poco di noia. È durante la noia che riesci a crescere, magari leggendo un libro, oppure scrivendo una lettera. Quando abbiamo fatto “Sapore di mare” non ce ne rendevamo conto, ma abbiamo realizzato un piccolo romanzo di formazione in cui in un’estate tu capisci il senso della vita, che le amicizie e l’amore passano. Un viaggio nel tempo e nei sentimenti. Allora le vacanze erano lunghe e c’era il tempo per farlo, oggi, un po’ meno. La cosa più bella del film era proprio il finale».
E il titolo chi lo ha scelto?
«Noi, perché Gino Paoli non ci volle dare i diritti della canzone, ma alla fine è stato meglio così».
I giovani riescono ancora a divertirsi, ma soprattutto ad innamorarsi in estate?
«Ci provano a divertirsi, anche se quando la cosa è programmata ti diverti meno, se poi è un obbligo diventa tutto patetico. Si sballano, vogliono dimenticare, poi di sicuro si divertiranno anche loro. L’innamoramento è un altra cosa. L’innamoramento è una cosa lenta. Oggi scambi l’innamoramento per un incontro. Io mi sono innamorato pochissime volte. La prima a sette anni rimasi incantato di Marisia Allasio, l’attrice che sul set interpretava Susanna Tutta Panna, guardandola mi resi conto della bellezza delle donna e che le donne erano una cosa seria. Mio fratello Carlo invece quando aveva tre anni si innamorò di Brigitte Bardot che stava girando un film con papà. E poi certamente quella volta a Porto Ercole, in un bar vidi la donna che sarebbe diventata mia moglie. Erano gli anni settanta, stavo girando un film con Pozzetto come aiuto regista. Lei era in un gruppo di persone che conoscevo di Roma. La prima cosa che ho pensato è stata “ma guarda com’è cretina e antipatica questa”. Poi la sera siamo andati a ballare e quando siamo usciti ho pensato che la volevo sposare».
Ha trascorso una vita in mezzo alle attrici e poi ha sposato una ragazza conosciuta fuori dal set.
«Non mi piacciono le attrici, preferisco le cassiere. Anche se mia moglie non lo era, aveva già un figlio, era tedesca e stava bene economicamente. Le attrici le conosco troppo bene, sono autoreferenziali. Vedono il mondo solo attraverso i loro occhi. Poi fare lo stesso lavoro porta ad una specie di competizione interna che di solito non funziona. Non sono attratto dalle attrici, forse, perché sono nato nel cinema e ne ho sempre viste tante. Mia moglie quando lavoro con le attrici bellissime è tranquillissima, un po’ meno se entro in un supermercato. Le donne belle stanno per strada, non sul set. La bellezza delle attrici dipende da come le attrici sono brave e riescono a fare credere anche quando non lo sono di essere bellissime. Questo si chiama talento».
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