Sicurezza
Addio Omar, il nostro direttore gentiluomo
Monestier guidò Il Tirreno per due anni: i cittadini al centro e l’impulso sul digitale
«Nulla mi sarebbe stato possibile se non avessi avuto una redazione meravigliosa e appassionata. Libera. Soprattutto libera». Omar Monestier ci salutò con queste parole stampate sul giornale del 28 luglio 2016. Il Tirreno perde un grande direttore della sua storia.
Un alleato, uno che in noi ha creduto profondamente, che ci ha voluto bene e ha continuato a fare il tifo per noi da lontano, quando dopo appena un paio di anni di direzione si congedò da Livorno per tornare a guidare il Messaggero Veneto di Udine e poi anche Il Piccolo di Trieste. Con noi due anni scarsi, ma un segno profondissimo. Come fossero stati dieci.
Nell’editoriale di congedo si ritrovano i suoi temi-chiave sul futuro dei nostri territori: la Regione è Firenze-centrica, deve guardare di più alla costa. Perché la costa è il problema della Toscana intera. Basta particolarismi, basta coi conflitti tra piccoli potentati. Identità significa anche trovare un modo per stare assieme, trovare soluzioni assieme, perché tutti i toscani hanno uguale diritto di essere ben amministrati. E poi la Fi-Pi-Li che è uno scandalo. La Maremma deve avere una strada decente. Digitale sì, ma guai ad abbandonare l’industria manifatturiera. Concetti che potrebbero essere ristampati intatti sul giornale di domani.
Quello di Monestier è stato un Tirreno arrembante, coraggioso, interventista, libero di scontentare i potenti, sempre schierato con fermezza dalla parte dei cittadini. La sua idea di autorevolezza coincideva con un giornale che non faceva sconti, che non aveva amici da proteggere né nemici da colpire. La sua idea di giornalismo “glocal” era di approfondire le nostre notizie contestualizzandole in un quadro più ampio.
È stato un direttore innovativo, Monestier. Di lui in redazione tutti ricordano – e non tutti condivisero – la spinta fortissima sul web. Il sito, anzi “i siti”, le nostre edizioni digitali, dovevano essere più aggiornate, più approfondite, più “visual”, più “social”. Una svolta su cui decise di mettere la faccia: tutti i giorni interveniva con un video-editoriale sulla pagina Facebook della testata, il “Buonasera Tirreno”, per fornire il suo punto di vista, mai scontato, a volte spiazzante, sempre formulato con quel suo linguaggio forbito, quel suo italiano così pieno di parole diverse, nuove, antiche, strane, bellissime. E ai contestatori sui social rispondeva lui, punto su punto, non per “blastare” ma per spiegare, con acume, gentilezza e pugno fermo se serviva. Cominciava con “Risponde il direttore” e si firmava “om”.
È stato di sicuro un direttore autorevole ma anche autoritario. Talvolta persino dispotico, quando la discussione in riunione di redazione si prolungava un minuto oltre la sua pazienza. Tanto aveva già deciso, si fa così, andate a fare il giornale: “Dai!, dai!, dai!”. Ma al suo tratto ruvido, alle sue chiose spietate, intrecciava l’ironia e soprattutto l’autoironia. Omar era irresistibile. Era impossibile litigarci o comunque tenergli il muso per più di 15 minuti. È stato impossibile almeno per me.
Perché Omar era il direttore più umano della galassia. Una persona votata all’ascolto e alla comprensione. Che ti guardava e capiva se qualcosa non andava. Sapeva osservare. Gli bastavano 30 secondi per inquadrare una persona che gli avevano appena presentato, se era uno serio, se era un cialtrone, se millantava. La sua capacità di giudizio sugli altri era forse la sua dote più grande. Insieme alla velocità di pensiero, davvero impressionante.
Bisogna sapere che il direttore era sempre elegantissimo, ogni santo giorno. Univa al suo garbo antico, ai modi quasi affettati, all’eloquio da intellettuale mitteleuropeo, una cura meticolosa nel vestire. Da chiedersi se avesse mai indossato due volte la stessa cravatta, tante ne possedeva. Ed era anche molto diligente nella cura di sé. Si svegliava prima dell’alba e andava a correre. Arrivava in redazione prestissimo e cominciava a telefonare come un forsennato a tutte le cronache, a tutti i capi dei reparti, a chi aveva scritto un pezzo che gli era “garbato” o non gli era “garbato”. Chiamava sui numeri fissi del giornale, costringendoci ad anticipare l’ingresso al lavoro, almeno un minuto prima della sua telefonata, se avevamo fortuna.
A Livorno si fece crescere la barba, che poi diventerà il “barbone” da hipster degli anni più recenti. Sempre perfetta. Diceva che gli dava un tocco garibaldino, in omaggio alle antiche origini del giornale. In realtà sembrava più un notabile austroungarico. E questo contrasto tra il direttore alpino e principesco nella città delle infradito, del “dé”, dell’informalità dissacrante era spassoso. Il “dé” lo aveva contagiato, ma insisteva a salutarci col suo “mandi”. ”Ruzzava”. E ha amato Livorno, voleva restare, gli mancavamo.
Si dice che le redazioni sono come famiglie. Non è vero: sono comunità intellettuali in contesti aziendali, che condividono un progetto e nel migliore dei casi riescono a coordinarsi anche se non si trovano d’accordo. In comune con le famiglie hanno un loro linguaggio, una serie di espressioni uniche e esclusive. Nel lessico della nostra redazione ci sono ancora frasi e modi di dire di Omar. Diciamo ancora “un grande spiegone” (cioè un lungo articolo divulgativo), “spariamola grossa sul sito” e il mitico “dai!, dai!, dai!”. Che serviva a incoraggiare ma anche a tagliare corto. E adesso che non ci sei più, dovremo dircelo da soli Omar, immaginando la tua voce. Dai Tirreno, dai!
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