Gioco
Monica e le “sue” donne: Guerritore in scena lunedì a Fiesole con un femminicidio di un secolo fa
Un fatto di cronaca nera. Un femminicidio, un delitto che fece epoca. È il 1911 quando la contessa Trigona, zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, viene trovata morta, massacrata da 27 coltellate in una stanza di uno squallido albergo romano. Ad ucciderla il suo amante, il barone Vincenzo Paternò al quale aveva detto di “no”, che non voleva più saperne di lui. Ieri come oggi niente è cambiato. Ma la differenza la fanno le parole, le testimonianze, i racconti delle donne. Ed è quello che ha sempre fatto, direttamente o indirettamente, nel corso della sua carriera Monica Guerritore, appassionata “conduttrice”, sul palcoscenico e sullo schermo, di partiture drammatiche che consegnano la figura femminile al dialogo, alla contraddittorietà e diversità, da Giocasta a Ofelia, da Carmen alla Fallaci, da Giovanna d’Arco a Emma Bovary, dalla Gnà Pina di Verga alla Signorina Giulia di Strindberg.
«Un cambiamento è in atto – dice Monica Guerritore – questo è innegabile, ma per progredire non distruggersi, non tutto è bianco e nero, dobbiamo fare i conti con quello che siamo state, è un processo delicato ma paradossalmente è meno complesso per noi che per gli uomini: il lutto che i maschi devono elaborare è ostile, e riadattarsi al nuovo è più difficile: in fondo noi possiamo metterci i pantaloni ma per un uomo indossare una gonna può essere un problema».
Come nasce lo spettacolo che lunedì debutta al Teatro Romano di Fiesole col titolo “Donne prigioniere di amori straordinari”?
«Alla base c’è il mio libro “Quel che so di lei” di cui è per così dire una a sorta di prolungamento: credo nella potenza dei racconti in scena dal vivo, soprattutto oggi, in un’epoca dove tutto è morto, freddo, alienato, meccanico. Do voce alla contessa Trigona attraverso l’ufficialità, la freddezza degli atti del processo intervallati dai pensieri, dalle riflessioni, dai tumulti delle “mie” donne, quelle che in questi anni ho portato in scena. Poi a dare loro ulteriore forza saranno le musiche e le coreografie di Alberto Canestro, per un teatro sensoriale che vorrei toccasse da vicino lo spettatore».
La storia di un femminicidio un secolo fa. Possiamo parlare di teatro politico dati i tempi e il tema?
«Diciamo che cerco di mettere un punto su una eredità che passa sulla pelle delle donne, sulla loro assenza, la loro sofferenza. Ma le mie protagoniste non sono eroine politiche nel senso che si dà generalmente a questa parola, stare dalla parte delle donne oggi significa prima di tutto cercare di capirle e attraverso loro capire noi stessi. Sono storie di donne che lottano e rompono il silenzio».
Cosa fare per far crescere una visione diversa di parità e libertà?
«Solo lavorando, dando il meglio di noi con le nostre caratteristiche che sono complementari a quelle maschili. Credo che i tempi ce lo permettano. Il problema semmai risiede in chi crede ancora che il maschio sia più razionale, che ha più capacità progettuali mentre le donne sono più evanescenti, più visionarie, che non riescono a portare a termine un’operazione».
Le sue donne incarnano passione e furore. Le assomigliano?
«Un destino tragico le accomuna, Marilyn, Edith Piaf, Whitney Houston, Amy Winehouse, tutte afflitte da un talento magnifico che le espone al rischio di estraneità, che le porta fuori dal mondo reale. Mi sento legata a filo doppio con loro, sono loro che mi vengono incontro e mi chiedono di essere interpretate, così da mostrasi non solo al pubblico ma prima di tutto a me stessa. È una necessità che sento da interprete: essere visti per vedere. Mi scopro come un palombaro che penetra, scava nel personaggio».
La contessa Trigona è l’ultima. Ce ne sono altre all’orizzonte?
«C’è Anna Magnani, ricordo che mi venne incontro mentre giravo “La lupa” nel 1996, un tributo alla sua forza espressiva per tutto quello che ha saputo dare a noi attrici. E c’è Alda Merini per la quale mi affido alla sensibilità di un regista come Roberto Faenza».
Che futuro vede davanti a sé?
«Sta accadendo una valanga di cose nuove, un vulcano sul punto di esplodere: il Covid ha fermentato uno stato di aggressività, la paura ha permeato il mondo e reso pazzi alcuni, come Putin, senza possibilità di contenersi. Siamo dentro una pentola in ebollizione. Dobbiamo solo sperare che ad agitarla sia un alchimista, così che ne venga fuori qualcosa di prezioso, una forma aurea da cui ripartire e non buttare tutto all’aria senza costrutto come sta accadendo sulla nostra scena politica in questi giorni».l
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