Gioco
Questi dieci anni senza Antonio Tabucchi, nostra coscienza inquieta fra Pessoa e Pasolini
Alla riscoperta di quel che c’è dietro la “confederazione di anime” del grande scrittore pisano di “Sostiene Pereira”
Non esiste (forse) scrittore più generoso di Antonio Tabucchi: riconosciamolo a lui, pisano di nascita ma così cittadino del mondo da scegliere Lisbona per morire – ieri il decimo anniversario – e da scrivere libri non solo nella lingua madre ma anche in portoghese, la sua cultura di adozione.
Generoso perché non esiste (forse) scrittore che abbia centrato così tanto la sua missione nel far conoscere un altro scrittore, anzi una moltitudine di scrittori contenuti dentro Fernando Pessoa. L’ha fatto spalancando quel “baule pieno di gente” che è stata l’incredibile eredità del genio lusitano: nascosto nel corpo fragile di un anonimo impiegatuccio corrispondente in lingue estere per ditte altrettanto anonime, con l’unico sobbalzo esistenziale nella relazione, peraltro trattenuta e sotto traccia, per l’impiegata Ophelia Queiroz (che ritroviamo, stupidaggini e vezzeggiativi compresi, nel carteggio pubblicato da Adelphi).
Gli esecutori testamentari, le carte di quel baule avrebbero dovuto bruciarle per espressa volontà del caro estinto: fortuna che siano stati disobbedienti e l’abbiano considerato uno scrigno di tesori di letteratura. Nemmeno parliamo di personaggi quanto di eteronimi: dietro l’esistenza bigia e stralunata di quell’omino con curiose attitudini fra oroscopi, gnosi e saperi iniziatici c’era una folla di oltre cento Pessoa. Ciascuno con una identità propria, un proprio stile, una originalità tutta sua e una sua profondità di campo, finanche qualche tic letterario, la voglia di partecipare al dibattito culturale del suo tempo: tanti volti e tante voci attraverso le quali il poeta parlava. Talvolta l’una in contrasto con l’altra. Figuratevi cosa succede se alla fin fine nel “baule” si infila anche un altro romanziere: José Saramago entra senza chiedere permesso e si mette a giocare con qualcuno (Ricardo Reis) dei tanti Pessoa rimpiattati dentro i suoi “alias” in un gioco di specchi senza fine.
Potete comunque scovare lì – dentro questa costellazione dei cento Pessoa – non solo il fascino del grande letterato che Tabucchi ha detto conoscere al grande pubblico italiano. L’aveva scoperto su una bancarella parigina in zona Gare de Lyon, “travestito” da Álvaro de Campos, uno dei principali “altri” Pessoa dentro Pessoa. Un “incontro” talmente straordinario da cambiargli radicalmente la vita e portarlo a voler imparare il portoghese per conoscere Pessoa in lingua originale, tuffarsi in quel che era in Portogallo, incrociare proprio all’università di Pisa Luciana Stegagno Picchio, preziosa studiosa di una letteratura di “margine” com’è quella lusitana, laurearsi, ottenere una borsa di studio per andare a vivere per un periodo a Lisbona, trovarvi Maria José de Lancastre che gli sarà accanto per la vita.
Ma fin qui potrebbe essere la storia di un esploratore che si imbatte in un giacimento di pietre preziose: con tutte le differenze del caso, qualcosa di simile a Francisco Cornejo che scopre il talento di Diego Armando Maradona bimbo o Claudio Cecchetto che stana Boy George commesso in un negozio di dischi e ne fa una star... In realtà, Tabucchi è così Pessoa da moltiplicare l’effetto degli eteronimi quando in quella magnifica storia che è “Sostiene Pereira” (resa ancor più potente dalla eccezionale interpretazione di Marcello Mastroianni nel film di Roberto Faenza) tira fuori il teorema della “confederazione di anime”. Lo enuncia il dottor Cardoso nel dialogo col giornalista protagonista alle prese con un nuovo sé che spunta in mezzo a tanti altri sé. Qualcosa di più di un intreccio narrativo, magari un gomitolo o lo “gliuommero” del commissario di Carlo Emilio Gadda.
Ad accomunare Tabucchi e Pessoa è anche un certo qual modo di abitare la periferia della letteratura: Lisbona e Pisa-Vecchiano. D’altronde, Kafka era di Praga e Joyce di Dublino: né l’uno né l’altro vivevano «fra Londra e New York» o comunque in una capitalissima del mappamondo.
Non è vero che Pessoa fosse un fantasma socialmente invisibile ma Tabucchi è un Pessoa che va oltre Pessoa. L’arco teso della sua produzione di romanziere da “Piazza d’Italia” del ’75 a “Tristano muore” di quasi trent’anni più tardi attraversa l’identikit di differenti mondi e differenti età della vita di chi racconta: senza farne un discorso programmatico da intervento al comitato centrale (stiamo parlando di uno scrittore e non d’un segretario di partito) , potremmo trovare come filo rosso l’idea di raccontare con gli occhi degli vinti o comunque di quanti non stavano dalla parte dei vincenti. Di più: Tabucchi è stato anche la voce di un mondo che non si è rassegnato al berlusconismo, al suo “Drive In” esistenziale, alla “corte di nani e ballerine” che era già un paesaggio umano prima ancora della discesa in campo di Sua Emittenza. Una posizione morale prima che politica: proprio per questo Tabucchi può essere visto come la coscienza civile dell’Italia – almeno d’una certa parte d’Italia – che prende l’eredità di Pier Paolo Pasolini. Con il poeta regista di “Accattone” la parabola corsara della “scomparsa delle lucciole” per narrare la mutazione antropologica del Paese che perde l’antica matrice proletaria; con lo scrittore di “Sostiene Pereira” l’apologo feroce della tv plastificata per spiegare la contaminazione batteriologica di una Italia rimbambita. Non è un caso se l’ultimo articolo è su un giornale straniero ed è dedicato al «sollievo» per l’uscita di scena di Berlusconi. Con una avvertenza: «non sarà facile deberlusconizzare l’Italia e sradicare il microbo che ha diffuso in tutta Europa».
Chissà se è proprio solo una singolare coincidenza che l’ingresso di Tabucchi sulla scena della letteratura arrivi poche settimane prima del tragico assassinio di Pasolini all’idroscalo di Ostia in una scenografia di abusivismo e degrado talmente simbolica da poter essere un suo film.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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