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Gli Inti Illimani dagli anni ’70 al nuovo tour: «Ecco il nostro folk diventato inno politico»

Luca Trambusti
Gli Inti Illimani dagli anni ’70 al nuovo tour: «Ecco il nostro folk diventato inno politico»

La band cilena lunedì a Firenze. Coulón: «Il nostro essere esuli dalla dittatura ha prevalso sul significato del gruppo»

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Per chi in Italia ha vissuto e partecipato la seconda metà degli anni ’70 gli Inti Illimani sono un riferimento storico, culturale e politico. A distanza di tanti anni la generazione “boomers” si accalora ancora a sentire il loro nome. A soddisfare i fan, a distanza di cinque anni dall’ultima volta, la band cilena torna nel nostro paese per una serie di concerti dove condivideranno il palco con il cantautore fiorentino Giulio Wilson, autore insieme a loro del brano “Vale la pena”.

«Prima la pandemia, poi la situazione in Cile e così il tour era in attesa da due anni», dice Jorge Coulón, fondatore e membro storico della band sud americana. «Certo – prosegue – tornare con quello che succede in Europa non è bello anche per l’umore del pubblico. Ritrovare questo paese per noi è importante. Vogliamo che questi concerti siano l’occasione per scappare da uno stereotipo e avere un dialogo con il pubblico più musicale che di altro motivo». Però è inevitabile che il pensiero corra a ciò che gli Inti Illimani sono stati nell’immaginario collettivo del nostro paese: oppressi paladini contro le dittature (quella cilena nello specifico), difensori dei diritti delle popolazioni più povere e sfruttate, sempre nell’ideale della libertà e della democrazia usando il linguaggio musicale folk della loro terra. «Siamo stati frutto di un equivoco ma non lo rinneghiamo – afferma Coulón – Siamo stati in Italia, esuli e vittime della dittatura cilena e questa nostra immagine è prevalsa sul significato del gruppo. Alla fine potevamo suonare, come abbiamo fatto, una ninna nanna e questa veniva scambiata per un canto di resistenza. È rimasta in secondo piano la nostra passione per la musica popolare. Oggi – conclude – vogliamo sottolineare la nostra vera radice».

Ma non solo in Italia e non solo negli anni ’70 il loro progetto è stato segnato dalla matrice sociale. «Nelle varie proteste in Sud America che hanno portato a interessanti esperienze politiche come quella di Lula, Correa o anche del nuovo Cile, la nostra musica dei ’60 e ’70 ha spesso fatto da colonna sonora. In piazza – prosegue il chitarrista – cantavano le nostre canzoni come un ponte tra le generazioni, si cercava un’identità popolare alla lotta. Tutti i giovani – dice ironicamente Jorge – hanno cantato e ballato “Despacito”, ma non ha cambiato il sistema. Non abbiamo mai smesso di suonare e non ci sentiamo un gruppo del secolo scorso, ma vivo e attuale».

Sul presente musicale del gruppo il fondatore ammette di non essere lontani dalle origini. «La nostra matrice – spiega – è la musica acustica, che parte dai suoni delle Ande, suoni umili che fanno una cornice dentro cui ci muoviamo. Siamo – prosegue Coulón – otto musicisti, un gruppo che vive sulla chitarra acustica che serve per costruire gli arrangiamenti. Gli altri strumenti fanno colore, tra questi quelli tradizionali andini, il nostro primo amore. In concerto ci sono sempre canzoni che hanno fatto la nostra storia a cui siamo legati, canzoni innocenti ma efficaci perché nascono da autori sconosciuti ma popolari». Musica tradizionale che oggi si propone in un paese in cui la dittatura, alla luce delle ultime scelte democratiche, sembra finalmente allontanare la sua ombra dal Cile. «Stiamo vivendo un periodo interessante con speranza e aspettative – osserva il musicista – Al governo c’è un giovane e la sua squadra è fatta di ministri ancora più giovani, che non avevano i 35 anni necessari per candidarsi alla presidenza. È una scommessa che ha i suoi rischi, ma c’è molta speranza. I vecchi sono scettici, ma occorre dar fiducia ai giovani, anche se non è solo questione di generazione: contano le idee».

Coulón ha vissuto 15 anni in Italia, dove sono nati tre dei suoi figli. «Ho tanti bei ricordi – dice – Nonostante gli anni di piombo considero i ’70 come un periodo di grande fermento culturale in Italia. Una società viva creativa, nel cinema come nella musica. In quegli anni l’Italia proponeva cose interessanti e anche una società futura»© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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di Redazione web