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la nuova edizione 

“Petrolio”, rompicapo filologico che ha ancora molto da offrire

Lorenzo Marchese
“Petrolio”, rompicapo filologico che ha ancora molto da offrire

Da Careri e Siti un nuovo passo verso la versione definitiva dell’ultimo romanzo di Pasolini. Intervista alla curatrice della nuova edizione Maria Careri 

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Fra le tante iniziative che in questi giorni puntellano il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) la nuova edizione di “Petrolio” per Garzanti è una delle più importanti. Maria Careri insegna Filologia romanza all’Università di Chieti-Pescara e nel 1992 aveva curato l’edizione Einaudi con Graziella Chiarcossi, sotto la supervisione di Aurelio Roncaglia. Ora ha accettato di parlare della nuova edizione, di cui ha curato il testo, mentre Walter Siti si è occupato di scelta e ordine dei brani nelle appendici, note critiche e postfazione.

Careri, riprendendo in mano quel lavoro di trent’anni fa, quali sono state le nuove sfide di questa edizione?

«Quando curammo l’edizione Einaudi, trascrivemmo per la prima volta riga per riga le più di cinquecento carte dattiloscritte e manoscritte che sono ora conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze e che compongono “Petrolio”. Qualche errore di trascrizione c’è stato, e cambiava il senso di certe frasi. Per fare un esempio, in un frammento del 1972 Pasolini pensa e scrive in nemmeno un’ora non una “traccia”, ma una “trama” del libro. Ma quello che l’autore stesso negli appunti chiama un “metaromanzo filologico”, oltre le sue intenzioni, è un rompicapo anche per i curatori: fogli pieni di correzioni con colori diversi, difficili da datare; una grafia a tratti illeggibile, e altro ancora. Nella nuova edizione ho cercato di dare conto di questa complessità, di conservare l’aspetto dattiloscritto e non-finito del testo, con le sue tante contraddizioni interne. È il modo per essergli più fedele e comunicare al lettore cosa sta leggendo. In fondo, neanche questa è la versione definitiva del romanzo».

In che senso?

«C’è stata un po’ di sommarietà, a livello promozionale, su questo aspetto. In mancanza del “visto si stampi” da parte dell’autore vivo, questo nuovo “Petrolio” va considerato ancora un tentativo, migliorabile, a partire da un insieme di scritti che non sappiamo quanto fosse lontano dal diventare un libro. Non escluderei che Pasolini volesse realizzare un’opera a più strati, con varianti, appunti, rifacimenti da incorporare nel racconto. È un modo di procedere annunciato già nella nota 1, datata 1 novembre 1964, della “Divina Mimesis”, che esce con la piena supervisione di Pasolini».

Si ha spesso l’immagine di “Petrolio” come un testo finale, testamentario: anche a causa del suo connubio di sessualità compulsiva, disperazione, macchinazione politica. È così?

«In verità l’ultima testimonianza autografa di Pasolini che sono riuscita a datare, nel romanzo, risale al 3 dicembre 1974. È l’appunto 54b e chiude un’intensa fase di scrittura durata due mesi, in cui Pasolini, dopo aver recuperato tutta la bibliografia su Cefis ed Eni, scrive quasi tutti i capitoli del libro a tema propriamente politico».

Quindi “Petrolio” non è l’ultima opera pasoliniana?

«Allo stadio attuale non abbiamo prove che Pasolini abbia continuato a lavorare a “Petrolio” dopo dicembre 1974, nei dieci mesi che lo separano dalla morte. Nel 1975 era impegnato in moltissimi progetti, letterari e soprattutto cinematografici, che potrebbero averlo distolto dal romanzo: ma non si può neanche escludere che abbia sospeso la scrittura di “Petrolio” per chissà quali motivi. Sull’aspetto di testamento poi si è detto e scritto molto. Con poco rispetto filologico, si sono formulate ipotesi complottiste sulla sparizione dell’Appunto 21 “Lampi sull’Eni” che sarebbe legata oscuramente all’omicidio di Pasolini a Ostia. Sulla base del testo, idee con poco fondamento: è plausibile che Pasolini non abbia scritto l’Appunto 21. Ma quel che rimane di “Petrolio”, e non è poco, basta per definirlo un testo che ha ancora molto da offrire».© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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di Redazione web