Il Tirreno

I LIBRI DEI LIVORNESI

A caccia del serial killer tra Livorno e Pisa: il nuovo giallo di Luciano Cini

Maria Teresa Giannoni
A caccia del serial killer tra Livorno e Pisa: il nuovo giallo di Luciano Cini

L'autore livornese racconta il suo nuovo lavoro: «Ho cominciato a scrivere alle elementari»

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LIVORNO. Metti un brigadiere che indaga su strane morti, un serial killer che lascia segni inquietanti sulle vittime. Un girotondo di bambini di tanti anni prima e una città che ha un nome misterioso, Liornalfea, ma che in realtà indica la fusione di due territori, quello di Livorno e di Pisa. E’ il plot di “Il carabiniere inglese. E il collezionista di racchie” che Luciano Cini ha appena dato alle stampe per la casa editrice fiorentina Porto Seguro (euro 12,50 sul sito dell’editore) nella collana “Profondo Giallo”.

Pisano di origine (è di Riglione) ma livornese di adozione è convintissimo che, nonostante la rivalità da barzelletta tra le due città, nei fatti Livorno e Pisa siano un’unica città.

Per Luciano Cini la scrittura è una vera passione, ma con altrettanto amore si dedica alle ricerche storiche.

Ha lavorato alle Poste e si è laureato in storia all’università di Pisa. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni che riguardano il nostro territorio come “La mia piccola Sassonia del sud” (Infilaindiana edizioni) dove racconta di una migrazione del 962 in cui i sassoni dell’imperatore Ottone si stabilirono tra la zona dell’Arno occidentale e le colline metallifere; o “Famiglie toscane” (Porto Seguro edizioni) in cui spiega origini e etimologia dei cognomi con particolare attenzione verso i territori livornesi e pisani elencando le varie etnie che hanno formato le popolazioni.

Anche nei romanzi intreccia alla trama le sue conoscenze storiche, come in “Il giallo di Sasso Pisano” o “Macthild. La strega dagli occhi viola”. Che cosa spinge Luciano Cini a scrivere?

«Mi viene dalla fantasia che ho. Alle elementari anche le maestre mi chiamavano “Marconi” perché ero bravissimo nei temi. Mi sono laureato mentre lavoravo perché sono animato da una grande curiosità, mi documento su tutto. Sono un socratico perché, come diceva il padre della filosofia, “so di non sapere”».

Che cosa vuole trasmettere al lettore lo scrittore livornese d’adozione?

«Tante cose le scrivo per stuzzicare la curiosità del lettore soprattutto riguardo alle nostre origini germaniche di cui troviamo traccia nel nome che hanno certe località. Perché le componenti etrusche e romane le conosciamo bene, ma di quelle longobarde non ci rendiamo conto. Sono uno storico e ho scritto saggi sull’alto Medioevo. Studiando filologia germanica ho potuto verificare le varie derivazioni: nomi come Lammari in Lucchesia rimandano agli allevamenti di pecore e agnelli (lam in inglese e lamm in tedesco), il Faldo significa “piega”. Anche a Livorno i longobardi hanno lasciato tracce: c’è una lapide all’inizio di via Grande che ricorda l’antichissima chiesa di Santa Giulia di Trebialdule dovesi dice che Adelchi, figlio del re longobardo Desiderio, chiese grazie prima di partire per Costantinopoli».

Perché i gialli attraggono tanto? «Un giallo è un romanzo al contrario. Si parte dall’assassinio, poi si passa al movente, ai vari personaggi e si arriva alla conclusione: è questo che affascina il lettore. Il colpevole lui lo trova in fondo ma chi scrive lo conosce già fin dall’inizio. Il mio stile è la cura dei dettagli».

C’è anche un po’ di Cini in questo nuovo romanzo? «Certamente. Ci sono io nascosto dietro al personaggio del carabiniere, ho anche il naso tipico degli inglesi. Le riflessioni che lo portano a scoprire il colpevole sono le mie. Lui ha una tenacia enorme e un pensiero inquieto. E’ sempre il dubbio che lo guida e la solitudine la sua compagna».Oltre ai libri ha anche altre passioni. «La ginnastica. Sono appassionato di pesi e quando sono in palestra rido e scherzo con tutti. Potrei dire che sono uno che fa ginnastica, tutto il resto viene dopo».

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