Il Tirreno

Primo album del batterista Andrea Zilio. Omaggio al Tibet

Federica Lessi
Il batterista cecinese Andrea Zilio nello studio del Poderino, a Casale Marittimo, dove sta incidendo il suo album
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Il batterista cecinese Andrea Zilio nello studio del Poderino, a Casale Marittimo, dove sta incidendo il suo album

Contaminazioni tra jazz e musica antica il cd è ancora in attesa del titolo definitivo

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CECINA. Uno studio tra le colline, un gruppo di musicisti che creano un album con sonorità ricercate, in cui si intrecciano progressive, classica ed etnica, un canto del Tibet, suggestioni dal Giappone, riferimenti culturali e personali di una vita dedicata alla musica. Così nasce il primo album di Andrea Zilio, batterista cecinese che da alcuni anni ha intrapreso un progetto musicale frutto dei suoi 45 anni di attività. Zilio ha iniziato a suonare la batteria da quando aveva 13 anni per poi imparare dagli insegnanti fiorentini Alessandro Fabbri e Piero Borri. Decenni di musica e concerti, scanditi da due tappe importanti: nel 1986 a Siena Jazz segue i corsi di Bruno Biriaco che lo segnala a Paolo Fresu per i laboratori di musica d’insieme, e nel 2009 a Perugia frequenta un seminario di Peter Erskine, che era un suo modello di riferimento da anni. A sessant’anni ha deciso di intraprendere un viaggio musicale segnato dalle suggestioni del suo percorso. «Volevo fare qualcosa che esprimesse la mia esperienza senza un preciso pensiero guida – racconta – ci confluiscono influenze del jazz, riferimenti al progressive, la cosiddetta “world music” e la classica, suoni elettronici ed acustici. Tutti ingredienti che rendono la musica moderna, uniti con una grande libertà di espressione. Poi il lavoro parlerà da sé, perché la musica, come diceva Neruda per la poesia, se si spiega rischia di diventare banale, mentre contano le emozioni che suscita». Nella nuova avventura ha voluto come compagni di viaggio quattro musicisti con cui collabora da anni, con percorsi altrettanto lunghi e appassionati: l’inglese Ellie Young al violoncello, il tastierista Franco Santarnecchi (conosciuto per la sua collaborazione con Jovanotti), che suona piano, tastiere e harmonium indiano, il cecinese Franco Ceccanti alla chitarra elettrica e acustica a 12 corde, il pisano Leonardo Betti al basso elettrico. Zilio suona la batteria e in alcuni brani il pianoforte, che ha imparato con Frencesco Menici, mentre Francesco Landucci (esperto in musica antica, che esegue con strumenti fedeli alla cultura classica) è sesto componente a pieno titolo del gruppo, poiché contestualizza i contributi dei musicisti come ingegnere del suono del Poderino Recording Studio. In questa sede sotto il paese di Casale, con lo sguardo rivolto al mare, i musicisti hanno registrato le proprie parti scritte da Zilio. «Il loro contributo è fondamentale – spiega – perché sulla base delle note scritte da me improvvisano mettendoci la loro arte e cogliendo il momento. I brani dell’album sono sei, cinque sono acustici e uno solo ha un testo, si intitola “Tanabata”, una parola scoperta leggendo la scrittrice Banana Yoshimoto, che in Giappone indica “la festa delle stelle innamorate” in cui si può chiedere la realizzazione dei propri desideri. Un altro brano contiene il canto dei bambini tibetani del villaggio di Choglamsar dedicato ad una visita del Dalai Lama, alla cui registrazione ho avuto accesso grazie all’associazione Italian Amala Onlus. Un altro brano è molto personale, idealmente pensato per mia moglie Mary, scomparsa nel 2008». Giunto alla fase finale, l’album non ha ancora un titolo, il nome di una creazione che deve vedere la luce: «non vogliamo che rispecchi qualcosa che non è ancora finito e non sappiamo come sarà nella sua versione ultima» conclude Zilio.
 

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