Gioco
Se il nichilismo di Houllebecq riesce a percorrere nuove strade
In “Annientare” lo scrittore francese appaga l’ambizione di realizzare un libro sul niente
Appare lapalissiano, davanti a un libro che s’intitola “Annientare”, sentenziare che Michel Houellebecq è uno scrittore profondamente nichilista. Ma il nichilismo di Houellebecq non è quello, tutto sommato primitivo, di chi ritiene che nulla abbia davvero valore e quindi non c’è che da lasciarsi andare. L’esistenza è una specie di trottolìo fermo fra piacere, depressione e atti mancati: questa nozione era alla base dell’inacidita semplicità del precedente romanzo “Serotonina” (2019) in cui uno schema usurato da romanzo d’avventura serviva a raccontare i giri a vuoto del protagonista Florent-Claude. Si poteva pensare a quel punto che Houellebecq avesse finito le idee.
Per fortuna, in questo romanzo è all’opera un altro tipo di nichilismo, quasi opposto al primo: quello di chi sa che il mondo è esattamente ciò di cui si fa esperienza giorno dopo giorno, e nient’altro. Paul Raison è il protagonista esemplare di questo romanzo affollato di personaggi troppo simili a noi. Lavora come consigliere per il ministro dell’Economia francese in un 2027 che di futuribile non ha nulla: una formazione normale, una carriera con pochi colpi di fortuna, un amore interrotto, ma forse ancora possibile, con Prudence, la moglie che ama. Alle soglie dei cinquant’anni, Paul fa fronte all’improvvisa malattia del padre Édouard: l’assistenza passiva a un genitore non più autosufficiente gli fa conoscere, di nuovo, i fratelli minori, lo riconduce verso stati d’animo da cui si era congedato troppo presto. Poi, come se il destino non potesse dargli altra scelta che sul modo in cui camminare verso la morte, Paul si ammala. Si riavvicina al padre, ed eccolo, senza volerlo, trasformato in un suo riflesso appena più giovane: proprio come succedeva negli altri capolavori di Houellebecq, “La carta e il territorio” (2010) e soprattutto “Piattaforma” (2000).
Le settecento pagine di “Annientare” parlano grosso modo di questo e poco altro.
Così, l’ambizione (già di Flaubert) di scrivere un libro sul niente è appagata. Ma questo niente, che è un tutto, ha un’importanza assoluta e va preservato: in questa direzione va la ferma contrarietà dell’autore alla legalizzazione dell’eutanasia, espressa raccontando la vicenda di Édouard, e prima formulata in molte occasioni pubbliche, come intellettuale.
Chiaro, Houellebecq non è cambiato del tutto. Pensa ancora che il mondo sia un accumulo di bruttezza innecessaria, anche se, con l’eccezione di un paio di belle invettive contro la categoria “figli”, lo fa notare con più discrezione e compostezza che mai: «La vita umana è fatta di una successione di difficoltà amministrative e tecniche, intervallate da problemi medici; man mano che si invecchia, gli aspetti medici prendono il sopravvento». Il problema è che i contrappesi alla realtà dei precedenti romanzi (la fantascienza, la distopia, l’estremo) qui sono spariti. Non c’è nulla che renda davvero concretizzabile «l’inebriante tentazione della partenza verso un mondo più bello».
C’è una sottotrama terroristica, che accende la storia, le dà snodi e maniere, e poi si esaurisce senza tanti perché, proprio come, nel mondo vero, tutto passa senza lasciare segni permanenti sul tempo. Ci sono i sogni, quasi tutti di Paul, che suggeriscono vie di fuga impossibili da afferrare: e a poco a poco, quando la vita si va riducendo alla verità della sua fine, si dissolvono come davanti a un risveglio.
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