Il Tirreno

l’intervista a sophie hersan 

«Nuova vita agli oggetti Così abbiamo creato Vestiaire Collective»

L.O.
«Nuova vita agli oggetti Così abbiamo creato Vestiaire Collective»

Sophie Hersan, co-fondatrice della piattaforma francese  spiega il successo del business basato sul lusso riciclato  

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«I’m obsessed with vestiairecollective. com». È stata Kim Kardashian nel 2015 a dichiarare su Twitter la sua passione per la piattaforma di moda che permette agli utenti di vendere e acquistare l’abbigliamento di seconda mano, soprattutto dei marchi di lusso. Nato in Francia nel 2009 dall’intuizione di Fanny Moizant e di un gruppo di amici, Vestiaire Collective è diventato in meno di un decennio un punto di riferimento per gli appassionati di moda e gli addetti ai lavori. I numeri in continua crescita parlano di una community di quindici milioni di utenti distribuiti in 80 paesi, che da una parte all’altra del mondo vendono e acquistano borse, abiti, scarpe e accessori.

Partito con tremila pezzi, tra i quali una borsa di Gucci della fondatrice, il primo oggetto ad essere venduto a ottobre 2009, Vestiaire Collective ne conta oggi oltre tre milioni. Tutti i giorni ne appaiono ventimila nuovi. In cinque anni il giro d’affari è passato da 15 milioni di euro nel 2012, a 140 del 2017. E-commerce, lusso e durabilità sono le parole chiave di Vestiaire Collective. È in quest’ottica che nei giorni scorsi è stata inaugurata la mostra alla Fondazione Sozzani di Milano che dà il via alla collaborazione tra Vestiaire Collective, la Fondazione Anna Piaggi e la Fondazione Sozzani. L’esposizione ha aperto gli armadi di due icone dello stile italiano, la visionaria giornalista di moda Anna Piaggi e l’ideatrice e del mitico Corso Como, Carla Sozzani, mettendo in vendita sulla piattaforma una cinquantina di abiti del loro guardaroba. La mostra è stata inaugurata da Sophie Hersan, la co-fondatrice di Vestiaire Collective.

Sophie Hersan, come è nato questo progetto?

«È un progetto interessante per tutti. La Fondazione Sozzani e la Fondazione Anna Piaggi riescono così a rendere diciamo più democratici capi d’abbigliamento che sono delle vere opere d’arte. Vien data loro una seconda vita e possono aver accesso anche a un pubblico più giovane. Vestiaire, che è una comunità di amanti e conoscitori della moda, va verso un revival di pezzi che durano nel tempo. È una richiesta specifica dei clienti ed è il percorso che volevamo fare: trasformare con questo business una moda che duri nel tempo. I capi di Anna Piaggi sono pezzi unici, rari, creati per continuare a vivere. Il vintage identifica perfettamente l’ambizione di Vestiaire Collective».

La nascita e il boom di Vestiaire Collective coincidono con due grandi crisi, economica e pandemica. C’è un nesso?

«Il boom è arrivato un po’ prima. Penso che la pandemia abbia accelerato la presa di coscienza di alcune tematiche, come l’ambiente e le nuove sfide che questo business deve affrontare. Nel 2009 quando abbiamo lanciato Vestiaire Collective abbiamo introdotto un cambiamento e, in un certo senso, abbiamo educato il consumatore a una moda circolare. Dieci anni dopo sono gli utenti stessi a guidare questa evoluzione. La pandemia è stata un acceleratore. Secondo me ha costretto tutti a guardarsi in faccia e confrontarsi realmente, soprattutto nella pratica. I marchi hanno capito che il modello lineare non è il futuro. Nei guardaroba delle giovani generazioni ci sono più articoli d’occasione che nuovi. Molti settori avevano già avvertito questa necessità, la moda è stato uno degli ultimi. Oggi dare una seconda o una terza vita agli oggetti è diventata un’abitudine».

Serie tv come “Emily in Paris” o il sequel di “Sex and the City”, dove il 30% del guardaroba del cast è vintage, hanno influito sul vostro successo?

«Certo! Lo riscontriamo molto velocemente. In poco tempo grazie ai nostri dati vediamo aumentare le ricerche per un particolare prodotto e anche le vendite. Vedi le ricerche per la borsa baguette di Fendi aumentate del 42% dopo il primo episodio del sequel di “Sex and the City”».

Voi siete stati dei precursori dell’usato online. Adesso molti marchi hanno deciso di lanciare il proprio usato sul web, è un rischio per Vestiaire?

«No, non penso. Noi siamo per una moda che duri nel tempo. Abbiamo fatto accordi con alcuni marchi. Abbiamo esperienza nel settore, conoscenza dei prezzi e competenza sulla desiderabilità dei capi. Inoltre un dato di fatto è che prima eravamo noi ad avvicinarci ai marchi, adesso sono i marchi che ci cercano».

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?

«Vogliamo consolidare i nostri mercati: l’Europa, in particolare Francia e Italia, sono molto importanti, ma anche il Regno Unito, dove abbiamo un hub logistico. Gli Stati Uniti sono un mercato in forte crescita, molto competitivo e noi vogliamo esserci seguendo il nostro modello che rimane tutt’ora unico. Ci stiamo espandendo anche in Asia».

Cosa consiglia a chi acquista su Vestaire Collective?

«Penso che andiamo sempre di più verso pezzi senza tempo. La gente cerca meno indumenti trendy, all’ultima moda, piuttosto che durino nel tempo. In quest’ottica da noi si vendono molto bene le borse».



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