Il Tirreno

il libro e la storia

Il quasi-golpe Usa: sull’orlo dell’abisso, così fu sventata l’ultima follia di Trump

Mauro Zucchelli
L’assalto a Capitol Hill da parte dei manifestanti filo-Trump il 6 gennaio 2021. A sinistra: Woodward e, in basso, Costa
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L’assalto a Capitol Hill da parte dei manifestanti filo-Trump il 6 gennaio 2021. A sinistra: Woodward e, in basso, Costa

Le rivelazioni nel libro di Bob Woodward, il cronista che costrinse Nixon alle dimissioni nel ’74

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L’arma di distrazione di massa è l’immagine-icona dello “sciamano” Jacob Anthony Angeli Chansley, strampalato com’era in quella che lui immagina fosse l’ “uniforme” da guerriero vichingo fra pelli e amuleti, copricapo con le corna e volto dipinto con i colori della bandiera americana: insomma, uno svampito che aveva urgente bisognoso di cure psichiatriche.

Il suo identikit è stato una cuccagna per qualunque fotografo quel giorno, talmente iconico da esser finito perfino in un finale di stagione della serie tv “South Park” che conosciamo anche sugli schermi italiani.

NON ERA L'UNICO

C’era un campionario di personaggi alquanto singolari in quella marmaglia vociante che il 6 gennaio dello scorso anno, nel d-day della formalizzazione da parte del “Parlamento” statunitense di quella vittoria che ha portato Joe Biden alla Casa Bianca, va alla conquista del tempio della democrazia. E lo fa senza trovare una gran resistenza da parte delle forze di sicurezza: eppure lo sapeva anche il gatto che Donald Trump non aveva accettato la sconfitta nel voto e che quell’appuntamento istituzionale era un passaggio simbolico fondamentale per certificare l’esito elettorale.

Domani è il primo anniversario del passaggio fra Trump e Biden e a far traballare quest’immagine naif di quell’episodio sconvolgente – spesso rubricato a folkloristica stravaganza yankee – arriva l’ultimo libro che, insieme a Robert Costa, notista politico del “Washington Post”, è stato scritto da Bob Woodward, monumento fra i giornalisti Usa, due volte premio Pulitzer, autore con Carl Bernstein dell’inchiesta sul Watergate che nel ’74 portò alle dimissioni del presidente americano Richard Nixon.

Per capire la qualità della ricostruzione – così come nella partita di golf col vento che si alza a 50 all’ora e fa fallire il colpo «a una buca par 4» o quando in una telefonata delicata ci «si sposta sul retro perché il cellulare prende meglio» – ecco che le prime parole del libro rivelano l’orario esatto («alle 7,03 dell’8 gennaio 2021»). Ci si riferisce alla telefonata che il generale Mark Milley, numero uno delle forze armate statunitensi, fa al suo pari grado cinese Li Zuocheng.

È la seconda, a distanza di qualche settimana da quella del 30 ottobre: l’una, «a quattro giorni dalle elezioni presidenziali»; l’altra, «due giorni dopo il violento assalto sferrato a Capitol Hill dai sostenitori del presidente Trump».

L'ATTACCO A PECHINO

Se in autunno, i rapporti di intelligence segnalavano che Pechino temeva una alzata d’ingegno di The Donald per togliersi dagli impicci magari con un attacco militare alla Cina per chiamare a raccolta gli americani in nome dell’emergenza patriottica, dopo che le tv di tutto il mondo hanno mostrato quel che è accaduto a Washington le autorità cinesi sono ancor più preoccupate perché temono di avere di fronte non il “solito” nemico bensì una “maionese impazzita” di pulsioni ingovernabili. In pratica: un colpo di stato da parte dell’ultradestra neofascista. Con un rischio: che la teoria del “vantaggio della prima mossa”, cioè un attacco preventivo, faccia scattare un’aggressione incontrollata e del tutto irragionevole, in certo qual modo neanche voluta davvero ma figlia della paura di ritrovarsi alle prese con qualcosa di incomprensibile.

Né Woodward-Costa né Milley hanno alle spalle una cultura di tipo europeo: altrimenti la memoria sarebbe balzata alla prima guerra mondiale, che nessuna potenza europea voleva scatenare ma venne innescata da un incredibile concatenarsi di eventi. Semmai dopo Capitol Hill la similitudine invece diventa un’altra: esplicito è il riferimento al “momento Reichstag”. Quando cioè Hitler coglie al balzo il “rogo” del Parlamento tedesco nel ’33 per accusare i comunisti e autonominarsi salvatore della patria in nome dell’emergenza. Era la tentazione di Trump a elezioni perse?

Il generale Milley, per evitare di far esplodere la “polveriera” (e dunque una possibile terza guerra mondiale), deve allontanare da Trump quel “bottone”. In un libro scritto in tandem con Tom Collina, direttore di una fondazione filantropica di San Francisco, quel William Perry, ex matematico-businessman, che è stato “ministro” della difesa con Bill Clinton ricorda che il “bottone” è del tutto in mano all’inquilino della Casa Bianca.

Come ci riesce Milley? Chiamando ciascun esponente dei vertici militari a un giuramento d’onore personale: indispensabile l’assenso di Milley per qualunque azione militare esterna. Blinda la procedura con tre puntelli: 1) di fronte ai cinesi si fa garante che gli Usa non attaccheranno e mette sul tavolo la propria affidabilità mostrata nei cinque anni precedenti con il suo omologo; 2) “consiglia” all’ammiraglio Philip Davidson, capo dell’Indo-Pacific Command, di sospendere esercitazioni che rischiavano di essere interpretate «come una provocazione»; 3) su richiesta di Nancy Pelosi, leader dei democratici, intreccia un rapporto fra conflitto e fiducia per proteggere gli Usa da gesti inconsulti di Trump. Già, perché dietro tutto questo c’è l’idea che Trump abbia «un serio declino mentale».

C’è un illustre precedente e riguarda proprio qualcosa che Woodward conosce bene: nel ’74 si temeva che Nixon facesse qualche mattana: «Era diventato sempre più irrazionale e isolato, beveva in modo smodato e, in preda alla disperazione, si inginocchiava battenti i pugni sul pavimento». Risultato: l’allora “ministro” della difesa James Schlesinger insieme all’omologo di Milley di quel tempo gli costruì attorno una “camicia di forza” procedurale: nessun comando militare avrebbe dovuto obbedire a “strani” ordini di Nixon senza una loro controfirma...

DA MACCHIETTA A EROE

Di dettagli inattesi sono piene le 512 pagine del libro (con 74 capitoli e 490 note): piene soprattutto dei volti e delle voci di 415 persone che affollano una storia. Fra queste c’è Dan Quayle, vicepresidente con George Bush padre: a distanza di trent’anni, riscatta la fama da “re delle figuracce”, bersaglio di comici e sfottò, e convince Mike Pence, come lui senatore dell’Indiana e in un colloquio «da vicepresidente a vicepresidente», a non dar corso alle pretese di Trump di bloccare la proclamazione di Biden. Passare da macchietta a “eroe della democrazia” americana è un attimo. Lo è anche veder l’idea di tornare a riavere Trump con la possibilità di premere il “bottone”: «Il pericolo rimane», sono le ultime tre parole del libro.

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di Redazione web