Il Tirreno

«Che tormenti da ragazzino fra Cronin e D’Annunzio Ora rileggerei “I miserabili”»

Gabriele Rizza
«Che tormenti da ragazzino fra Cronin e D’Annunzio Ora rileggerei “I miserabili”»

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Gabriele Rizza

Drammaturgo, regista, sceneggiatore, Ugo Chiti nasce a Tavernelle Val di Pesa nel 1943. Da sempre attento alle radici e tradizioni popolari, dopo le prime esperienze con il gruppo di ricerca teatrale diretto da Pier’Alli e un percorso di indagine sulle avanguardie storiche, all’inizio degli anni Ottanta inizia a lavorare con la compagnia Arca Azzurra, un sodalizio consolidatosi nel tempo che dura tutt’ora. Parallelamente all’attività teatrale, densa di successi, premi e riconoscimenti, sviluppa una brillante carriera di sceneggiatore al fianco, fra gli altri, di Alessandro Benvenuti, Francesco Nuti, Giovanni Veronesi fino all’incontro con Matteo Garrone con quale vince tre David di Donatello per “L’imbalsamatore”, “Gomorra”, “Dogman”.

le prime letture

«Premetto che ho iniziato a “leggere” tardi, intorno ai sette anni – dice Ugo Chiti – Erano letture fuori controllo, sbalzi termici fra “Le stelle stanno a guardare” di Cronin, “L’innocente” di D’Annunzio, “Canne al vento” di Grazia Deledda, Carolina Invernizio del “Bacio della morta” passando anche per il Dostoevskij de “L’ultimo marito”. Ovviamente, vista l’età, capivo poco o niente, però percepivo l’ignoto, trattenevo parole, frasi, sentori che poi trasferivo nei temini delle elementari. Ricordo che la maestra si allarmava, contattava i genitori e iniziava una cura riabilitativa a base di Pinocchio, Sandokan, “I figli del capitano Grant”, “I ragazzi della via Pal”, “Incompreso” e “Zanna Bianca”. La cura però non tamponava l’astinenza da occulto, melodramma e tormento. Diverso era il discorso col cinema, perché prima di andarci bisognava valutare il tasso emozionale della pellicola per “non eccitare la sensibilità del bambino”».

LE SCOPERTE giovanili

«Con il trasferimento della famiglia dalla campagna alla città, l’arrivo dell’adolescenza fu, sotto l’aspetto per così dire bibliografico, una vera catastrofe. Nel senso che ora la lettura è libera, sdoganata e subito torna compulsiva, esaltante, se possibile ancora più onnivora e sconnessa. E allora via con Steinbeck, Sartre, Faulkner, Gide, Kafka, Poe, Pirandello, Moravia, Pavese, Pratolini, senza trascurare le collane editoriali, i Delfini, gli Oscar Mondadori, ma anche i gialli e la fantascienza di Urania. Un caos vorticoso e rutilante che frullava assieme a “Per chi suona la campana” di Hemingway o a “Cheri” di Colette, tutti amati indistintamente. Ma inconsapevole iniziava a profilarsi un andamento gravitazionale più mirato. La scoperta del teatro, io ormai maggiorenne, diventa il nucleo di un primitivo riferimento su una scaffalatura, più o meno sbilenca, dove avviare un ordine, individuare una sequenza insieme emotiva, artistica e letteraria».

IL libro DELLA VITA

«Impossibile indicarne uno solo. La scelta negherebbe altri prediletti. Non armo la mano per sacrificare chi ha segnato stagioni diverse. Se poi proprio devo fare un nome, tiro fuori, così senza troppo rifletterci, perché mi colpì come un colpo fulmine, “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez ma assieme, automaticamente, ecco che spunta “Il maestro e Margherita” di Bulgakov. Ma qui mi fermo. Perché subito a ruota bussano e saettano, rancorosi, altri fulmini abbaglianti».

IL LIBRO CHE NON DELUDE

«Quello che ti fa sembrare nuovo un libro che non avresti mai pensato di prendere in mano. Un esempio? Casualmente sfogli alcune pagine dei “Miserabili” e d’improvviso scopri una vertigine di sguardi e dettagli inaspettati. Diventa così un libro non solo da riprendere in mano ma da rileggere. Qualunque grande autore del passato andrebbe riletto. Quei libri dove si consegnavano al lettore personaggi, pensieri, paesaggi perfettamente contestualizzati con una stregonesca capacità di evocarli. Una lezione per i narratori contemporanei troppo spesso ostinati a esibire solo il vizio solitario del proprio privato. Perciò a deludermi sono proprio quei libri dove l’autore cerca di essere o troppo intelligente o troppo spiritoso o troppo messianico o troppo tutto di niente».

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di Redazione web