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Nomadelfia, un’oasi di fraternità e amore nelle foto di Genovesi

Federica Lessi
Nomadelfia, un’oasi di fraternità e amore nelle foto di Genovesi

La comunità fondata in Maremma da don Zeno Saltini al centro del reportage che ne svela gli aspetti più profondi 

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Federica Lessi

Se la pandemia ha mostrato a tutti il senso della comunità, esiste un modello di vita comune che da settant’anni riunisce le persone intorno al messaggio del vangelo: Nomadelfia.

A pochi chilometri da Grosseto una cittadella di 300 anime mette in pratica quotidianamente la legge della fraternità, come vuole l’origine greca del suo nome (nomos, legge, e adelphia, fraternità). Qui le 50 famiglie fanno vita comune, in gruppi di 4-5 nuclei che cambiano ogni tre anni, i bambini e i ragazzi, molti dei quali accolti, sono patrimonio comune. Il lavoro di tutti contribuisce al sostentamento della comunità, non circolano soldi, i beni custoditi nei magazzini vengono distribuiti secondo necessità, la vita è improntata alla sobrietà.

Questo progetto visionario, fondato da don Zeno Saltini nel 1948 nell’ex campo di concentramento di Fossoli per dare una famiglia agli orfani del dopoguerra, ha concretizzato i valori di accoglienza, giustizia e comunità su cui la società si interroga oggi.

Un’avvincente ritratto visivo di Nomadelfia è il reportage del fotografo Enrico Genovesi (livornese, classe 1962) da poco divenuto un volume edito da Crowdbooks Publishing del livornese Stefano Bianchi, finanziato grazie ad un crowdfunding. “Nomadelfia. Un’oasi di fraternità” è frutto di quattro anni di lavoro e frequentazione con la comunità grossetana, dove Genovesi è arrivato nel 2017 per realizzare un reportage sulla famiglia. «Dopo il primo approccio mi è bastato poco per capire che c’era molto di più – racconta Genovesi – a Nomadelfia si perseguono ideali che determinano il vivere in modo diverso dalla nostra quotidianità. Giustizia, fraternità, accoglienza, sono al centro della vita comunitaria. I nomadelfi seguono il vangelo, ma i loro valori sono universali». Davanti ai suoi occhi si materializzava una ricerca che persegue da sempre con la macchina fotografica. «Per me sono gli ideali che contano – afferma il fotografo – ancora una volta la fotografia mi ha permesso di fare un’esperienza unica, che mi porto dentro. Perché alla fine è soprattutto questo che conta e la fotografia diventa anche un pretesto per approfondire, seguendo la curiosità e il desiderio di conoscenza. Da lì ho capito che il lavoro doveva andare avanti con un progetto a lungo termine».

Così è nato il volume che racconta in 72 immagini in bianco e nero la vita quotidiana della comunità, con un taglio documentaristico ma anche poetico ed evocativo. Ci sono le spensierate fotografie di gioco dei bambini, le immagini degli attrezzi agricoli che evocano il lavoro della comunità, i riti come i matrimoni e i compleanni, gli spettacoli e gli incontri con cui la comunità svolge attività di apostolato. Scatti riflessivi e intensi sono riservati alla cura e istruzione dei ragazzi e a peculiarità tipicamente nomadelfe, come le madri di vocazione, che si dedicano ad accudire figli non biologici.

«Tutto funziona ma è particolare, è un modello di società in miniatura – spiega Genovesi – noi tendiamo a considerare come normale il nostro modo di vivere ma spesso mi sono interrogato se davvero lo sia. Più volte mi sono soffermato a ragionare su quanto, rispetto al loro, il nostro modello sia ricco di contraddizioni. Quando ti trovi a Nomadelfia cambiano i parametri. Per questo fa riflettere, è un laboratorio continuo».

Il reportage su Nomadelfia ha ricevuto premi (“Photo stroy” all’Italian Sustainablity Photo Award e “Closer. Dentro il Reportage” nel 2020) e riconoscimenti internazionali (finalista al Global Peace Photo Award 2020, selezionato per il Word Press Photo 2019). Il volume si trova in libreria e sulla piattaforma www.crowdbooks.com.

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