Il Tirreno

il lutto 

Addio a Gianni Celati da “Comiche” a Joyce autore e traduttore sempre fuori dal coro

Lorenzo Marchese
Addio a Gianni Celati da “Comiche” a Joyce autore e traduttore sempre fuori dal coro

È morto a quasi 85 anni a Brighton dove viveva da anni I suoi molteplici lavori raccolti in un Meridiano nel 2016

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Lorenzo Marchese

Esistono innumerevoli declinazioni dell’intelligenza, ma ne esistono altrettante, forse di più, di qualcosa di apparentemente monocorde, eppure più imprevedibile e refrattaria agli incasellamenti, come la stupidità. Lo sapeva più di tutti Gianni Celati, che è morto ieri a Brighton in Inghilterra, dove abitava da parecchio, pochi giorni prima di compiere ottantacinque anni.

Malato da tempo, Celati da decenni non partecipava se non marginalmente al dibattito italiano e si era sfilato dal circuito dell’informazione (di cui disprezzava, con buone ragioni, il vaniloquio a scopo di lucro), dopo aver lasciato, nei decenni precedenti, il segno in almeno tre ambiti cruciali: quello della critica, con la raccolta di saggi “Finzioni occidentali” (1975); quello della traduzione, con tante opere della grande tradizione inglese, francese e tedesca da lui ravvivate, Céline e Swift su tutti, senza dimenticare la recente fatica (2013) del quasi inavvicinabile “Ulisse” di Joyce; e soprattutto quello più legato alla sua persona, e meno recuperabile su carta, dell’attività culturale.

Anche se non bastano a riassumere la persona, si possono ricordare in tal senso le iniziative di Celati con Italo Calvino, che ne era amico ed estimatore, e lo storico Carlo Ginzburg; la frequentazione con sensibilità affini come Ermanno Cavazzoni; l’eredità lasciata su autori venuti dopo di lui come Franco Arminio e Paolo Nori, con esiti più e meno felici. Ma pensiamo anche al fumettista Andrea Pazienza, agli scrittori Enrico Palandri e Pier Vittorio Tondelli, a Freak Antoni: tutti, tranne Palandri, scomparsi prima di lui benché molto più giovani, tutti nomi decisivi della cultura giovanile bolognese fra fine anni Settanta e primi anni Novanta, che diventarono ciò che erano anche seguendo le sue lezioni al Dams di Bologna, nel biennio 1976-1978.

Poi, prima di tutto il resto, c’è la sua opera letteraria, intrapresa giusto cinquant’anni fa con i monologhi paranoidi e sbilenchi di “Comiche” per Einaudi. Fa strano che un autore extravagante e anti-canonico come Celati sia stato accolto nel pantheon editoriale dei “Meridiani” di Mondadori col volume del 2016 “Romanzi, cronache e racconti” (a cura di Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri). Ma apriamo quel grosso volume, dove c’è quasi tutto delle sue cose, e ci troveremo sballottati dentro una produzione complessa, capace di attraversare comicità e malinconia (con la trilogia dei “Parlamenti buffi” uscita nel corso degli anni Settanta), speculazione minimalista (“Quattro novelle sulle apparenze”, 1987), esercizi di sguardo mentale in compenetrazione con l’antropologia (“Narratori delle pianure”, 1985) e la fotografia (“Verso la foce”, 1989, composto guardando al lavoro parallelo di Luigi Ghirri).

Questi e altri lavori, tutti continuamente ristampati, stanno ad attestare quanto la stupidità presunta dei personaggi delle sue storie fosse, in realtà, un’evasione dal controllo sociale e una via alternativa di resistenza al «chicchirichì dell’io» (così scriveva Celati) che copre di sciocca logorrea tutto ciò che è moderno. In questa chiave, la facilità parlata della scrittura di Celati era l’equivalente dello stile maturo di Picasso o di Matisse: il punto d’arrivo di un processo faticoso di semplificazione, prodotto di una tecnica e un acume senza pari.

Da ieri, tutto questo è consegnato alla storia della letteratura. Il Novecento fa un altro non piccolo passo verso la Storia, via dal presente di chi è vivo.

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