Gioco
Ritornare umani con Gilgamesh nel poema che creò la letteratura
Il testo sumero di cinquemila anni fa torna nell’edizione aggiornata e curata da Andrew George
Fabio Canessa
Possiamo inaugurare nel migliore dei modi l’anno nuovo, leggendo l’opera che ha inaugurato la letteratura. Un poema fantastico che risale alla tradizione orale dei Sumeri di cinquemila anni fa e tramandato per migliaia di anni su tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi. Ispirato a un sovrano realmente esistito, Gilgamesh (o Bilgamesh) re di Uruk, è uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale, il poema che getta le fondamenta di temi che ritroveremo nella Bibbia e nei poemi omerici, nonché nei classici di ogni tempo e nazionalità.
La prima narrazione fantasy e la sorgente di tutti i generi letterari a venire: partendo dall’intento didascalico di indicare i doveri del buon governante, diventa anche un romanzo di formazione. Perché all’inizio Gilgamesh è un tiranno crudele, giovane spavaldo e prepotente, spietato con gli uomini e oltraggioso con le divinità. Né migliora quando gli dei gli offrono Enkidu come amico umano che possa moderarlo. Sarà la scomparsa di Enkidu a fargli prendere coscienza della morte e a spingerlo a intraprendere un lungo avventuroso viaggio alla ricerca del segreto dell’immortalità.
Buon per noi che le tavolette d’argilla accumulatesi per più di tremila anni non sono facilmente deperibili e continuano a essere ritrovate dagli archeologi, al punto da far scrivere ad Andrew George, ottimo curatore di questa ultima edizione aggiornata, che prima o poi riusciremo a colmare tutte le lacune del testo e ad averne la versione integrale. Per adesso George ci invita a leggerlo come se aprissimo «un libro parzialmente divorato dalle tarme o una pergamena mezza bruciata dal fuoco. Accettatelo per quello che è, un capolavoro danneggiato». Affascinante anche perché parzialmente mutilo, come la Venere di Milo, la Nike di Samotracia e i grandi tesori che sono stati strappati, con qualche cicatrice, a un’epoca remotissima. Ma già molto è quello che di Gilgamesh abbiamo, come dimostrano i temi elencati da George nell’illuminante introduzione: le «responsabilità dell’uomo verso la sua famiglia, l’eterno conflitto tra natura e cultura, il piacere dell’amicizia, la nobiltà dell’impresa eroica e l’immortalità della fama».
Il nome dell’autore si è perso nella notte dei tempi ma, come per l’Iliade e l’Odissea, gli studiosi presuppongono la mano di un singolo poeta, un cantastorie nato duemila anni prima di Omero. Per accrescere il fascino del mistero, sappiamo che a dare una forma scritta definitiva all’epopea fu un mago esorcista babilonese, di nome Sîn-leqi-unninni, esperto di incantesimi. Oltre a stupirci per avere anticipato celebri episodi biblici, ad esempio il diluvio universale alla Noè, il poema si presenta, secondo l’assiriologo William Moran, come «la testimonianza di un antico umanesimo». Ben prima del nostro Rinascimento e della concezione dell’uomo dei greci e dei latini, Gilgamesh ci elenca quali sono i valori umani e ci insegna ad accettare i nostri limiti. “Conosci te stesso” era la scritta sul tempio di Apollo a Delfi, ma già millenni prima, questa epica sumera indagava la condizione umana.
Proprio come se fosse “David Copperfield” di Charles Dickens, così esordisce il prologo: «Leggi i travagli di Gilgamesh, tutto ciò che ha passato». Dal dolore si impara, il senso della sofferenza è insegnarci a vivere. «La vita, per forza di cose, è dura, ma rende più savi». Dall’esperienza nasce la saggezza e se, all’inizio, l’eroe era malvagio significa che l’uomo, appena creato, è di per sé difettoso. Possiamo correggerci solo maturando, imparando a pensare prima di agire, fino ad arrivare a capire chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo. Perché il senso ultimo del poema di Gilgamesh è che cercare l’immortalità è stolto e sbagliato: bisogna accettare la vita mortale che ci è stata assegnata e saperla godere in tutti i suoi aspetti, fino alla fine.
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